..."Dire la verità,quello che non so,che cerco,che non ho ancora trovato.Solo così mi sento vivo."

giovedì 7 novembre 2013

"L'Eclisse" di Michelangelo Antonioni (1962)

Chissà perché si fanno tante domande...io credo che non bisogna conoscersi per volersi bene, o forse non bisogna volersi bene


Ho sempre pensato che la potenza del cinema risieda essenzialmente nel suo racchiudere in sé varie forme di arte. Il cinema è innanzitutto arte figurativa, pittura, fotografia, capace di trasmettere emozioni soltanto attraverso le immagini...Ma è anche musica, capace di arrivare al cuore tramite le melodie, i suoni... Ed è filosofia, letteratura, capace di scuotere anima e mente con parole. Questa essenza del cinema, questa sua natura così poliedrica, questa sua completezza, emergono in maniera preponderante da un film come “L'eclisse” di Michelangelo Antonioni. Si, questo film è l'essenza del cinema. Punto.

Un susseguirsi di immagini meravigliose, una più emozionante dell'altra. Dipinti in bianco, nero e grigio, capaci da soli di dire qualcosa. E poi i suoni...il rumore dei tacchi a spillo di Vittoria, mentre si aggira silenziosa e lenta nel suo appartamento, oppure mentre cammina senza meta per strade pressoché deserte, in mezzo agli alberi, ad una natura spoglia, indifesa nei confronti di una società proiettata verso il progresso industriale (siamo nell'Italia del boom economico). Il rumore del vento a fare da sottofondo...interrotto saltuariamente dal rombo di una macchina che attraversa l'incrocio... e poi di nuovo silenzio. Ed a rompere l'incantesimo, poi, il marasma del palazzo della borsa, le urla degli agenti finanziari.

I dialoghi, pochi, ma intensi... sono frecce che arrivano dritte al cuore, implacabili. La recitazione monumentale di Monica Vitti, che reggendosi tutto il film sulle spalle, è capace di trasmettere sempre quel senso di vuoto esistenziale, quella malinconia perenne, quella tristezza di fondo difficile da celare. Ed è capace di mostrarcela, in maniera sincera, più che credibile, anche quando sorride, anche quando si lascia andare a risate liberatorie insieme a Piero, mentre lo bacia, mentre gli parla, mentre gli fa capire che vorrebbe amarlo, ma non ne è capace.



La locandina del film farebbe pensare ad una storia di amore. In realtà è una storia di assenza dell'amore. L'amore se c'è mai stato, adesso non c'è più. Si riparte quindi da dove finisce “La notte”, dalle tristi parole rivolte da Jeanne Moreau a Marcello Mastroianni in uno dei finali più belli della storia del cinema: Se stasera ho voglia di morire è perché non ti amo più. Sono disperata per questo. Vorrei essere già vecchia per averti dedicato tutta la mia vita. Vorrei non esister più perché non posso più amarti.” 
 

L'eclisse” riparte proprio da qui, da un'amore finito. La protagonista Vittoria (Monica Vitti), non ce la fa più...deve chiudere la propria storia con il fidanzato e provare a guardare avanti. Ma il suo, come ho già detto, altro non è che un vagare senza meta. Il suo desiderio di evasione appare evidente, la notte in cui viene invitata a casa di una vicina di casa, una donna nata in Kenya ed adesso trasferitasi in Italia. Nella scena della danza di Vittoria, truccata da negra, con tanto di cerchi dorati al collo, emerge in maniera preponderante quella sua voglia di fuggire. Da qualche altra parte, non importa, basta fuggire dal grigiore quotidiano della sua vita. “Forse laggiù si pensa meno alla felicità. Le cose devono andare avanti per conto loro. Qui invece è tutto una gran fatica. Anche l'amore.”

Segue la sequenza del viaggio in aereo, in cui ancora una volta il primo piano sulla Vitti, ci mostra degli occhi sognanti, ma allo stesso tempo velati di malinconia. Nella seconda parte del film, invece, al palazzo della borsa, dove la madre ha perso un sacco di soldi, incontra un giovante agente finanziario (Alain Delon), un rampollo dell'alta borghesia romana, proiettato verso una carriera di successo. Insensibile, interessato soltanto al denaro. Piero è tutto ciò che non è Vittoria: spavaldo, sicuro di sé, orgoglioso, ambizioso, donnaiolo. I due cominciano a frequentarsi, stanno bene insieme, malgrado siano completamente diversi, ma è come se ci fosse un muro tra i due. Non c'è empatia, non c'è possibilità di comunicazione. C'è spazio soltanto per l'insoddisfazione, la noia. Vittoria vorrebbe innamorarsi, di nuovo, probabilmente per dimenticare la storia da cui è appena uscita, forse per svagarsi, forse per noia, forse per paura... Non lo sappiamo, perché nemmeno lei lo sa.

Si alternano così momenti molti intimi in cui sembra esserci più coinvolgimento, ad altri in cui quel muro di incomunicabilità tra i due sembra ancora più invalicabile, in cui appare evidente la mancanza di passione, l'assenza di trasporto emotivo, l'aridità dei sentimenti. Ed in questo i paesaggi del film, le stanze, il modo in cui sono arredate, i palazzi tutti uguali, bianchi, tristi...bastano a trasmettere quella freddezza, quel gelo che è il gelo dell'anima, più che della società.

Chissà perché si fanno tante domande – si chiede Vittoria – io credo che non bisogna conoscersi per volersi bene. O forse non bisogna volersi bene.”

Quel che si respira, quindi, è un'atmosfera di piena alienazione, quasi apocalittica, senz'altro cupa, priva di colore. Per questo è un film perfetto nel suo bianco e nero, nei toni di grigio così esplicativi. Non avrebbe potuto essere in altro modo. Così emerge soltanto la fragilità dell'uomo nella società moderna, la freddezza dei sentimenti, il senso di vuoto. Bastano i silenzi e le immagini a raccontarli. Eppure, in tutta questa sua freddezza è un film capace di arrivare al cuore. Ah, se solo avessi le parole per descriverlo. E' come se dallo schermo uscissero delle onde, invisibili, inascoltabili, che però riescono ad attraversarci. Un film dove domina il niente, che però non mi ha mai minimamente annoiato ed anzi, nel suo essere gelido, è riuscito a trasmettermi calore più della stragrande maggioranza dei film che mi sia capitato di vedere. Un film sincero...capace di mantenere intatto il suo fascino e la sua forza espressiva a più di cinquant'anni di distanza da quando è stato proiettato per la prima volta in sala. Menzione a parte merita il finale, misterioso e cupo, in cui i protagonisti escono di scena, in cui a quell'incrocio dove si erano dati appuntamento nessuno dei due si presenta, mentre sulla città cala il buio (Perenne o è solo un'eclisse?) beh... è davvero meraviglioso.

 
 
 



7 commenti:

  1. Bellissima rece, bravo. Questi film sono da riguardare continuamente, da recuperare e ristudiare, approfondire, perché c'è sempre un dettaglio, in essi, che apre nuove strade, a nuove riflessioni. Cinema dell'evento, avrebbe detto Deleuze.

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    1. Grazie... in tutta onestà di Antonioni ho visto ancora poco... e su di lui e la sua poetica ho letto ancora meno. Spero di non aver scritto cavolate! :-P

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  2. Grandissimo film di Antonioni e recensione curatissima, complimenti. Forse, nella sua totalità ho preferito "Deserto Rosso", c'è da dire però, che qui ci si trova di fronte a un finale sconvolgente, da brividi. Uno dei più estatici di tutta la storia del cinema nonchè, coraggiosamente all'avanguardia.

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  3. film notevolissimo e il finale...
    il finale è qualcosa di geniale e sì, meraviglioso

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  4. Questo film mi piace molto, credo sia uno dei migliori film di Antonioni, regista che apprezzo moltissimo, la tua recensione è molto approfondita complimenti :)

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    1. Grazie mille!! qual è il tuo preferito di Antonioni?

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  5. Complimenti per la bellissima recensione! Antonioni ha creato un vero capolavoro in quattro atti sull'amore: a partire dall'Avventura e concludendosi con Deserto Rosso. Anche per me comunque l'Eclisse è una delle sue opere migliori insieme alla Notte. Una Monica Vitti veramente "monumentale"

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