..."Dire la verità,quello che non so,che cerco,che non ho ancora trovato.Solo così mi sento vivo."

domenica 17 novembre 2013

"Il Giardino di cemento" (1993) di Andrew Birkin


Non so perché decisi a suo tempo di procurarmi questo film ed ancora meno so cosa mi abbia spinto a vederlo adesso, eppure dopo la visione mi sento assolutamente di consigliarlo, spendendoci sopra qualche parola. Vincitore dell'Orso d'argento a Berlino nel 1993, tratto dall'omonimo romanzo di Ian McEwan (che non ho letto, quindi non so bene giudicare la qualità del'adattamento), “Il giardino di cemento” è un film oggi quasi dimenticato. Eppure io penso che non me lo dimenticherò facilmente...

Film doloroso ed amorale eppure poetico ed intenso. Uno schiaffo alla morale comune, che forse nel 1993 faceva ancora più male di oggi, perché non eravamo ancora abituati a vedere un certo tipo di cose sullo schermo: incesto tra ragazzini, mamme morte tenute in cantina, bambini di sei anni che amano travestirsi da femmina... Sta di fatto che, con tutti i suoi limiti, che non sono pochi, “Il giardino di cemento” appare comunque, anche oggi, a distanza di vent'anni, una pellicola coraggiosa, raffinata, delicata, forse semplice nella forma, nella sua regia essenziale, ma non certo altrettanto semplice e delicata nei contenuti. Anzi!

Anche perché fin dall'inizio ci troviamo a fare i conti con la morte. E' infatti la storia di quattro fratelli, (il protagonista Jack, quindicenne, la sorella Julie di poco più grande di lui, la sorellina più piccola di 11 anni ed il fratello minore Tom di sette anni), i quali nel giro di poco tempo restano senza i genitori. Il padre muore probabilmente per un infarto mentre sta spargendo il cemento nel cortile, proprio nelle prime immagini del film, mentre Jack in preda alle irrefrenabili pulsioni sessuali tipiche di un adolescente si sta masturbando al gabinetto. La madre, invece, costretta a letto dalla malattia, muore nel sonno dopo pochi giorni. A quel punto, per paura di essere separati ed affidati ciascuno ai servizi sociali i quattro fratelli decidono di non comunicare alle autorità la morte della madre. Così, dopo averla avvolta in una coperta, la trascinano dentro un vecchio baule di metallo, in cantina, e la ricoprono di cemento. Una scelta insensata, assurda, oppure naturale? Un atto di coraggio oppure di paura? Qualunque cosa sia, un gesto che può apparire decisamente disturbante. Come tutte quelle scene in cui pressappoco scopriamo come Jack sia fortemente attratto dalla sorella che di certo, dal canto suo, non fa niente per sfuggire alle sue attenzioni ed anzi, con finta ingenuità, lo provoca. Eppure le scene tra i due, interpretati veramente bene da dei giovanissimi Andrew Robertson e Charlotte Gainsbourg, sono magnifiche, nella loro leggerezza. Ed è proprio la prova della Gainsbourg ad elevarsi per intensità. Il suo è un personaggio strano, indecifrabile, sempre ambiguo nel modo in cui si relaziona con il fratello, ma proprio in ciò sta il suo fascino. Per non parlare del più piccolo Tom che si sente una femmina e gioca ad interpretare la sorella Julie con tanto di gonna e parrucca gialla. Ma non c'è ricerca fine a se stessa della provocazione e mai si scende nel ridicolo, anche se il rischio è sempre in agguato...

Così il film diventa quasi un piccolo poetico inno alla libertà, un invito a svincolarsi dalle convenzioni sociali, da ogni forma di pregiudizio. Un elogio della “anormalità”. I fratelli prendono in mano la loro vita, gestendola come vogliono, senza più costrizioni. Sappiamo sin dall'inizio che quella libertà non durerà, è solo precaria, perché prima o poi verranno scoperti e separati tra loro, per questo per tutta la durata del film si prova un certo senso di amarezza che viene però offuscata da quella delicatezza, che è marchio distintivo e preponderante dell'opera.

Insomma, “Il giardino di cemento” è si un film che fa storcere il naso, distogliere lo sguardo, ma non si ha l'impressione che l'intento sia soltanto quello di provocare. Ci si riesce ad emozionare, forse commuovere. Come la scena in cui Jack ed il piccolo Tom, nudi nel lettino del bambino, si lasciano andare ai ricordi dell'infanzia, dei genitori, che ci appaiono sbiaditi, in toni di grigio...
E' vero: per tutta la durata del film, ci troviamo in mezzo alla desolazione, alla sporcizia, alla polvere, al puzzo del corpo della madre in putrefazione, ma allo stesso tempo, dopo un inizio che forse fa un po' troppa fatica ad ingranare, il film diviene coinvolgente e si raggiungono dei notevoli sprazzi di poesia, che credetemi, valgono il tempo dedicato alla visione. 

Voto: un 7.5, ma dal sapore particolare e difficilmente dimenticabile.


giovedì 7 novembre 2013

"L'Eclisse" di Michelangelo Antonioni (1962)

Chissà perché si fanno tante domande...io credo che non bisogna conoscersi per volersi bene, o forse non bisogna volersi bene


Ho sempre pensato che la potenza del cinema risieda essenzialmente nel suo racchiudere in sé varie forme di arte. Il cinema è innanzitutto arte figurativa, pittura, fotografia, capace di trasmettere emozioni soltanto attraverso le immagini...Ma è anche musica, capace di arrivare al cuore tramite le melodie, i suoni... Ed è filosofia, letteratura, capace di scuotere anima e mente con parole. Questa essenza del cinema, questa sua natura così poliedrica, questa sua completezza, emergono in maniera preponderante da un film come “L'eclisse” di Michelangelo Antonioni. Si, questo film è l'essenza del cinema. Punto.

Un susseguirsi di immagini meravigliose, una più emozionante dell'altra. Dipinti in bianco, nero e grigio, capaci da soli di dire qualcosa. E poi i suoni...il rumore dei tacchi a spillo di Vittoria, mentre si aggira silenziosa e lenta nel suo appartamento, oppure mentre cammina senza meta per strade pressoché deserte, in mezzo agli alberi, ad una natura spoglia, indifesa nei confronti di una società proiettata verso il progresso industriale (siamo nell'Italia del boom economico). Il rumore del vento a fare da sottofondo...interrotto saltuariamente dal rombo di una macchina che attraversa l'incrocio... e poi di nuovo silenzio. Ed a rompere l'incantesimo, poi, il marasma del palazzo della borsa, le urla degli agenti finanziari.

I dialoghi, pochi, ma intensi... sono frecce che arrivano dritte al cuore, implacabili. La recitazione monumentale di Monica Vitti, che reggendosi tutto il film sulle spalle, è capace di trasmettere sempre quel senso di vuoto esistenziale, quella malinconia perenne, quella tristezza di fondo difficile da celare. Ed è capace di mostrarcela, in maniera sincera, più che credibile, anche quando sorride, anche quando si lascia andare a risate liberatorie insieme a Piero, mentre lo bacia, mentre gli parla, mentre gli fa capire che vorrebbe amarlo, ma non ne è capace.



La locandina del film farebbe pensare ad una storia di amore. In realtà è una storia di assenza dell'amore. L'amore se c'è mai stato, adesso non c'è più. Si riparte quindi da dove finisce “La notte”, dalle tristi parole rivolte da Jeanne Moreau a Marcello Mastroianni in uno dei finali più belli della storia del cinema: Se stasera ho voglia di morire è perché non ti amo più. Sono disperata per questo. Vorrei essere già vecchia per averti dedicato tutta la mia vita. Vorrei non esister più perché non posso più amarti.” 
 

L'eclisse” riparte proprio da qui, da un'amore finito. La protagonista Vittoria (Monica Vitti), non ce la fa più...deve chiudere la propria storia con il fidanzato e provare a guardare avanti. Ma il suo, come ho già detto, altro non è che un vagare senza meta. Il suo desiderio di evasione appare evidente, la notte in cui viene invitata a casa di una vicina di casa, una donna nata in Kenya ed adesso trasferitasi in Italia. Nella scena della danza di Vittoria, truccata da negra, con tanto di cerchi dorati al collo, emerge in maniera preponderante quella sua voglia di fuggire. Da qualche altra parte, non importa, basta fuggire dal grigiore quotidiano della sua vita. “Forse laggiù si pensa meno alla felicità. Le cose devono andare avanti per conto loro. Qui invece è tutto una gran fatica. Anche l'amore.”

Segue la sequenza del viaggio in aereo, in cui ancora una volta il primo piano sulla Vitti, ci mostra degli occhi sognanti, ma allo stesso tempo velati di malinconia. Nella seconda parte del film, invece, al palazzo della borsa, dove la madre ha perso un sacco di soldi, incontra un giovante agente finanziario (Alain Delon), un rampollo dell'alta borghesia romana, proiettato verso una carriera di successo. Insensibile, interessato soltanto al denaro. Piero è tutto ciò che non è Vittoria: spavaldo, sicuro di sé, orgoglioso, ambizioso, donnaiolo. I due cominciano a frequentarsi, stanno bene insieme, malgrado siano completamente diversi, ma è come se ci fosse un muro tra i due. Non c'è empatia, non c'è possibilità di comunicazione. C'è spazio soltanto per l'insoddisfazione, la noia. Vittoria vorrebbe innamorarsi, di nuovo, probabilmente per dimenticare la storia da cui è appena uscita, forse per svagarsi, forse per noia, forse per paura... Non lo sappiamo, perché nemmeno lei lo sa.

Si alternano così momenti molti intimi in cui sembra esserci più coinvolgimento, ad altri in cui quel muro di incomunicabilità tra i due sembra ancora più invalicabile, in cui appare evidente la mancanza di passione, l'assenza di trasporto emotivo, l'aridità dei sentimenti. Ed in questo i paesaggi del film, le stanze, il modo in cui sono arredate, i palazzi tutti uguali, bianchi, tristi...bastano a trasmettere quella freddezza, quel gelo che è il gelo dell'anima, più che della società.

Chissà perché si fanno tante domande – si chiede Vittoria – io credo che non bisogna conoscersi per volersi bene. O forse non bisogna volersi bene.”

Quel che si respira, quindi, è un'atmosfera di piena alienazione, quasi apocalittica, senz'altro cupa, priva di colore. Per questo è un film perfetto nel suo bianco e nero, nei toni di grigio così esplicativi. Non avrebbe potuto essere in altro modo. Così emerge soltanto la fragilità dell'uomo nella società moderna, la freddezza dei sentimenti, il senso di vuoto. Bastano i silenzi e le immagini a raccontarli. Eppure, in tutta questa sua freddezza è un film capace di arrivare al cuore. Ah, se solo avessi le parole per descriverlo. E' come se dallo schermo uscissero delle onde, invisibili, inascoltabili, che però riescono ad attraversarci. Un film dove domina il niente, che però non mi ha mai minimamente annoiato ed anzi, nel suo essere gelido, è riuscito a trasmettermi calore più della stragrande maggioranza dei film che mi sia capitato di vedere. Un film sincero...capace di mantenere intatto il suo fascino e la sua forza espressiva a più di cinquant'anni di distanza da quando è stato proiettato per la prima volta in sala. Menzione a parte merita il finale, misterioso e cupo, in cui i protagonisti escono di scena, in cui a quell'incrocio dove si erano dati appuntamento nessuno dei due si presenta, mentre sulla città cala il buio (Perenne o è solo un'eclisse?) beh... è davvero meraviglioso.

 
 
 



sabato 19 ottobre 2013

"SEUL CONTRE TOUS" (1998) di Gaspar Noé

Nasciamo soli, viviamo soli, moriamo soli. Soli. Sempre soli. Ed anche quando scopiamo siamo soli. Soli con la nostra vita, la nostra carne. E' come un tunnel impossibile da condividere. E quanto più invecchiamo più siamo soli, di fronte al ricordo di una notte che si distrugge lentamente.
La vita è come un tunnel ed ognuno ha il suo piccolo tunnel. Però alla fine del tunnel non c'è neanche una luce. Anche i ricordi se ne vanno alla fine. I vecchi lo sanno bene... una piccola vita, piccoli risparmi, una piccola pensione. E poi una piccola tomba. E tutto questo non serve a niente."

Micidiale. Immenso. Questi sono i primi aggettivi che mi vengono a mente per questo incredibile lungometraggio di esordio di Gaspar Noè. Un viaggio sconvolgente ma decisamente emozionante che ci mette faccia a faccia con la solitudine più profonda, con la totale mancanza di speranza, nel buio totale. E' la storia di un uomo che ha perso tutto: famiglia, lavoro, soldi, dignità. Ha perso. Punto. E' uno sconfitto. La vita lo ha annientato... e così lo vediamo sprofondare nella depressione più cupa, coltivando una rabbia gigantesca nei confronti del mondo, dell'altro, della Vita. Non c'è più luce, non la vede. Non c'è più bellezza, soltanto lo schifo di fronte ai suoi occhi. L'odio.

Però non parla quasi mai, raramente agisce. Il film va avanti soltanto attraverso i suoi pensieri. E' tutto un continuo monologo interiore in voice-over, di una intensità allucinante. Siamo intrappolati nella sua mente, a sua volta intrappolata in un vortice di disperazione. Tutto è narrato in soggettiva, attraverso il flusso di coscienza di un perdente, che non vive più, sopravvive, fantasticando sulla fine. Immaginando una vendetta nei confronti di tutto e tutti. Ma è una vendetta soltanto immaginata.
Gli occhi dello straordinario Philippe Nahon (qui in una delle interpretazioni più importanti della sua carriera) sono sempre sbarrati, pieni di ira, mentre cammina da una umiliazione all'altra... ma le labbra sono serrate e ciò che sentiamo, per quasi tutta la durata del film, è soltanto il suo continuo rimuginare. I pensieri si sommano, si moltiplicano, non gli danno pace.
La mente del macellaio vomita sentenze di condanna sulla vita, sull'amore, il sesso, l'amicizia, la società, la borghesia, il sistema, il nascere e il morire. Non risparmia nessuno in un crescendo continuo di rabbia.

"No, di scopare non ne vale la pena. Costa caro. Però aiuta a passare il tempo. E quando ti passa la voglia di scopare non ti resta niente da fare al mondo. E che in realtà non c'è altro in questa fottuta vita. Nient'altro che un programma di riproduzione a tua insaputa, che uno si sente obbligato a rispettare. Nascere malgrado se stessi. Mangiare. Portare il cazzo in giro. Dare vita. E morire. La vita è un grande vuoto. Lo è sempre stato. Sempre lo sarà. Un grande vuoto che può continuare perfettamente senza di me." 

E' un film che ci mostra l'essenza della vita, facendoci vedere il lato più oscuro di questa. Quando vivere diventa un peso, una condanna. Quando essere nati significa essere stati intrappolati. Quando soltanto la morte sembra una liberazione. In alcuni frangenti sembra di vedere il Travis Bickle di Taxi Driver (e la sequenza nel cinema a luci rosse ne è un chiaro rimando), ma qui è tutto più estremo, forse più reale. Siamo ad uno stadio di solitudine ancora più basso. Stavolta la via di uscita è ancora più stretta. Impossibile da attraversare.
Una volta uno psichiatra che stimo moltissimo mi disse: <<Lo sai cosa ci resta da fare quando ci troviamo dentro un tunnel e non c'è via di uscita? ...arredarlo.>> ecco, qui, in “Seul contre tous”, non è possibile nemmeno quello. In quel tunnel siamo costretti a morirci, o forse a viverci per sempre, che probabilmente è anche peggio.

Il nostro macellaio, di cui non sapremo mai il nome, è uno dei più belli esempi di Antieroe che mi sia mai capitato di vedere sullo schermo. Malvagio, crudele. Razzista. Fragile. L'uomo all'apice della sua debolezza, della sua essenza.
Un film, questo “Seul contre tous” fatto di nichilismo estremo. Violenza. Cattiveria. Un film amorale. Crudo. Spietato. Bellissimo. Fino al finale...

Dopo la sequenza finale, non è più un film bellissimo, ma qualcosa di molto vicino ad un capolavoro. Sui generis, certo, controverso, coraggioso, ma davvero grandioso. Quando il brutto, l'orrido riesce a trasformarsi in un qualcosa di poetico. Ti aspetti un massacro ed invece arriva la poesia. Senza false consolazioni, però...
La vendetta non c'è, la vita non finisce. Non c'è la morte, c'è l'amore... durerà poco perché la condanna è già scritta, ma chi se ne frega!

Poco da dire sulla regia, perfetta per il contesto, ben lontana dal virtuosismo che caratterizzerà il più recente "Enter the void", ma alcune trovate sono fantastiche. Come quell'invito finale a lasciare la sala...
“Attenzione: avete 30 secondi per abbandonare la proiezione del film”
Dobbiamo resistere, perché quel che ci aspetta, fidatevi, è uno degli epiloghi più emozionanti che vi sarà mai capitato di vedere.

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