..."Dire la verità,quello che non so,che cerco,che non ho ancora trovato.Solo così mi sento vivo."

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martedì 24 dicembre 2013

"Fuoco fatuo"(1963) di Louis Malle

<<Avrei voluto accattivarmi la gente, trattenerla, legarla a me, che niente mi si muovesse più attorno. Ma è andato sempre tutto per aria.>>
<<Ma tu ami la gente fino a questo punto?>>
<<Volevo tanto essere amato che mi sembra di amare.>>






Talvolta capita di imbattersi in dei film che ti riempiono, che riescono a colmare il vuoto. Che ti avvolgono, ti abbracciano, ti sorreggono, ti coccolano. Questo è l'effetto che mi ha fatto “Fuoco Fatuo” di Louis Malle sin dai primi attimi in cui mi sono abbandonato alla sua visione. Un film di una tristezza sconfinata, ma talvolta aiuta rispecchiarsi nella tristezza di un film.
Bastano alcune inquadrature, alcuni primi piani, alcune semplici note di pianoforte e ti sembra che quel film sia sempre stato tuo. Che sia sempre stato dentro di te, anche prima di vederlo... in vita mia mi è successo davvero poche volte, con “Otto e mezzo” di Fellini sicuramente e forse più di recente con “Seul contre tous” di Gaspar Noè...
Si, perché al pari di quelli sopra citati, il film di Louis Malle è un film di una potenza emotiva strabiliante. Certo può non arrivare a tutti, ne sono consapevole, ma qui non faccio recensioni “oggettive” lo sapete bene.

In scena c'è la vita. Nient'altro. La vita di un uomo che non vuol più vivere, non ce la fa più... il giorno successivo, il 23 luglio si suiciderà e non c'è dubbio che lo faccia. Lo sappiamo sin dall'inizio. Il suo girovagare senza meta, il suo incontrare amici per dei fugaci dialoghi, è finalizzato soltanto a trovare una spinta, una giustificazione dell'atto che sta per compiere.
Ed è difficile spiegare come un film, dove la morte è presente sin dalla prima scena, possa descrivere così bene la vita. Non la vita “in toto” è chiaro, ma una vita al capolinea che pur sempre vita è.

Alain Leroy, ex alcolizzato, da 4 mesi ospite in una clinica, è ormai stanco della sua esistenza. Il mondo gli è totalmente estraneo. E c'è una scena in questa ottica che appare esemplare e formidabile: Alain da solo, seduto al tavolino di un bar che si guarda attorno... la gente che passa veloce, la vita che scorre, ad una velocità doppia. Il montaggio frenetico non fa altro che sottolineare questa frattura fra Alain ed il resto del mondo, ormai non più saldabile. (http://www.youtube.com/watch?v=IwSQxlwMzr8)
Un amico prova in tutti i modi a riportarlo sulla presunta “dritta via”, lo invita ad accettare il passare del tempo, la mediocrità. Ma quella mediocrità Alain non l'accetta. Non la vuole. Lui voleva primeggiare. Soldi, belle donne, vita intensa, come un tempo... prima che cominciasse ad affogare nell'alcol tutti i suoi dubbi, le sue paure.
<<Ho cominciato ad aspettare le cose, e bevevo, poi un giorno mi sono accorto che avevo passato la vita aspettando. Le donne, i soldi, l’azione. Allora mi sono ubriacato a morte.>>

Ma adesso che ha perso pure la dipendenza, non gli è rimasto più niente....soltanto il vuoto, pesante, asfissiante. Fuori dalla clinica, si sente perso. << La vita dell'ammalato è regolata, semplice, ci si sente al sicuro. Non ho molta voglia di tornare alla vita, Parigi mi fa paura.>>... Resta soltanto un angoscia perpetua, un timore sconsiderato nei confronti della vita, del futuro, un amarezza incancellabile nei confronti del passato. Guarda quella pistola, la maneggia con cura, è la sua unica speranza rimasta. Non gli rimane altro da fare che preparare la valigia e congedarsi.
In fonod non gli bastano più le belle ragazze che gli passano attorno, non gli bastano gli amici, non gli basta la filosofia, la poesia, non gli bastano i progetti...non gli basta il sole, non gli basta l'amore.

O meglio, l'amore potrebbe bastargli... ma non è mai riuscito ad afferrarlo, non è mai riuscito a goderselo, senza quella distruttiva ansia di essere all'altezza delle donne amate, di soddisfarle...
Cosa resta ad Alain?
perché soffrire? Perché continuare a lottare quando si è già lottato a lungo e siamo ormai stanchi?

In tutto questo, la meraviglia è che il regista riesce a parlare di suicidio senza essere minimamente giudicante, senza morale ed allo stesso tempo senza voler per forza commuovere, dosando alla perfezione le luci, le parole, le musiche.
Senza mai difendere o condannare Alain. Anche perché in fondo cosa c'è da difendere o condannare?

Ciao Vita, è ora di andare. Dorothy mi dimenticherà presto.

*splendida colonna sonora di Erik Satie. 


 "Non, Vita, perché tu sei nella notte
la rapida fiammata, e non per questi
aspetti della terra e il cielo in cui
la mia tristezza orribile si placa:
ma, Vita, per le tue rose le quali
o non sono sbocciate ancora o già
disfannosi, pel tuo Desiderio
che lascia come al bimbo della favola
nella man ratta solo delle mosche,
per l'odio che portiamo ognuno al noi
del giorno prima, per l'indifferenza
di tutto ai nostri sogni più divini,
pel non potere vivere che l'attimo
al modo della pecora che bruca
pel mondo questo e quello cespo d'erba,
e ad esso si interessa unicamente,
pel rimorso che sta in fondo ad ogni
vita, d'averla inutilmente spesa,
come la feccia in fondo del bicchiere,
per la felicità grande di piangere,
per la tristezza eterna dell'Amore,
pel non sapere e l'infinito buio...
Per tutto questo amaro t'amo, Vita."
--Camillo Sbarbaro

domenica 24 novembre 2013

"L'ora del lupo" (1968) di Ingmar Bergman


<<Un tempo la notte era fatta per dormire...già, sonni calmi e profondi e svegliarsi poi...senza terrori. Da molte sere siamo svegli fino all'alba, ma questa è l'ora peggiore. Sai come si chiama? Il popolo la chiama l'Ora del lupo, è l'ora in cui molta gente muore e molti bambini nascono, è l'ora in cui gli incubi ci assalgono e se restiamo svegli...>>
<<Abbiamo paura.>>

Oscurità completa. Soltanto qualche lampo di luce ogni tanto, poi soltanto buio, il buio della mente. Non riesci più a dormire, non riesci più a vivere. La tua è una battaglia continua, incessabile, contro il tuo passato, i tuoi rimorsi, contro il tuo futuro, le tue paure. Un vortice da cui non puoi uscire... Alma ti da la mano, prova a tirarti fuori, a salvarti, ma tu la tiri troppo forte verso di te, lei non ce la fa a resistere... adesso quel vortice risucchia anche lei...




Il sonno della ragione genera mostri...

è esattamente quello che accade in quest'opera di Ingmar Bergman. Film oscuro, onirico, inquietante, che si presenta agli occhi dello spettatore come un terrificante viaggio negli angoli più bui della mente umana, un viaggio assolutamente senza ritorno. Un film concepito come una composizione musicale, che certamente più che a raccontare una storia, mira a suscitare emozioni. La trama, infatti, è decisamente esile: è semplicemente la storia di un pittore, Johan Borg (Max Von Sydow), trasferitosi su di un'isola assieme alla moglie Alma (Liv Ullmann), in fuga dai propri incubi, dai propri fantasmi e dalle colpe del passato. E' quindi un ritratto di depressione e follia.

Nella prima parte del film vediamo il protagonista raccontare alla moglie le proprie ossessioni, mentre le mostra gli schizzi raffiguranti una serie di personaggi bizzarri che popolano i suoi incubi... I due sono poi invitati ad una festa nel castello del barone Von Merkens padrone dell'isola ed a cena la moglie scopre che gli altri invitati sono esattamente gli stessi bizzarri ed inquietanti personaggi che le ha mostrato il marito e quel castello non è altro che l'inconscio di Johan, in cui anch'essa si trova adesso a vagare. Sono maschere, non individui, fantasmi, non persone...

Vediamo poi l'amante del pittore e ci assale il dubbio se essa esista veramente o no, se sia un ricordo del passato, oppure una delle tante oscure presenze dell'inconscio del protagonista. Così assaliti da questi dubbi, da questo senso di incomprensione e straniamento arriviamo velocemente alla seconda parte della pellicola. Solo a questo punto, dopo quasi metà film compare il titolo: l'Ora del lupo. E siamo così proiettati nella camera da letto dei due protagonisti, in mezzo al buio completo smorzato soltanto dalla luce di un fiammifero.

<<Questo silenzio opprime la mente, sembra una cosa irreale, neanche il mare si sente, una pace tremenda...non è vero?>>
<<Stai piangendo?>>
<<Non piango, penso al bambino...e a questa silenziosa oscurità, come se non dovesse più far giorno...>>

Da lì in avanti assistiamo così all'inarrestabile sprofondare di Johan nella propria follia E precipitando trascina con sé la moglie Alma, anch'essa ormai preda delle sue stesse paure ed ossessioni. E non c'è via di scampo, se non la morte...

<<Non capisco più niente, non so più che cosa sei, ho solo paura...credi che voglia restare qui e forse finire uccisa, credi davvero che ci tenga a vederti correre dietro quella donna e parlare con i fantasmi?>>


L'approccio al film non è certo semplice, ma andando avanti, si rimane pienamente coinvolti e difficilmente riusciamo a togliere gli occhi dallo schermo, pur sentendoci il cuore in palpitazione. L'uso eccellente delle musiche, dei vari suoni e rumori e di uno splendido bianco e nero (dove domina il nero e per il bianco c'è davvero poco spazio), permettono al regista di creare un crescendo di tensione, che culmina con gli straordinari venti minuti finali, che sono la chiara dimostrazione del suo estro visionario, della sua innegabile maestria nel tradurre le emozioni in immagini. Malgrado le atmosfere in bilico tra l'horror e il thriller, però, il film è ben altro e si inserisce benissimo nella filmografia del maestro svedese.
Le tematiche, infatti, sono le stesse di molti altri film: la fragilità dell'uomo, la sua difficoltà nel mettere a freno le pulsioni dell'inconscio, l'incomunicabilità tra due amanti, l'amore non più corrisposto, la solitudine, la condizione degli artisti che più di ogni altro tendono ad emarginarsi e sprofondare nella depressione. Pochi registi, sono stati così abili come Bergman nel raccontare le debolezze dell'animo umano. Qui però, il maestro svedese, compie un passo ulteriore, sconfinando nei territori del surrealismo, contornando le sue riflessioni filosofiche con immagini di straordinaria e disarmante potenza visiva. Girato subito dopo il capolavoro “Persona”, questo film è probabilmente la sua opera più sperimentale, atipica, decisamente all'avanguardia per il tempo in cui è stata realizzata ed ancora oggi, a più di quarant'anni di distanza, mantiene intatta la propria modernità. Non capisco pertanto come possa essere considerata un'opera minore...

Cosa manca, mi chiedo, ad un film del genere? Perfetto nella forma (grazie alla splendida fotografia di Sven Nykvist, in grado di rendere le ombre ancora più inquietanti ), ed allo stesso tempo decisamente denso di contenuti e spunti di riflessione.
Pertanto, rapportandosi agli anni in cui è stato girato ed ai mezzi a disposizione a quel tempo, penso che ben pochi registi sarebbero riusciti a descrivere così bene in immagini l'effetto devastante che può avere la mente sull'uomo. Guardare questo film è come ritrovarsi a correre dentro un tunnel buio, in fuga dalle nostre peggiori paure...senza mai vedere la luce.


<<Grazie a voi io ho raggiunto il limite...lo specchio si è spezzato, ma... cosa riflettono i frantumi?>>




lunedì 19 agosto 2013

"The Elephant man" di David Lynch (1980)

"Io non credevo che l'orco sarebbe mai riuscito ad uscire dalla prigione sotterranea"


John Merricke nella stanza in cui è costretto a vivere, senza poter uscire, sta costruendo il modellino di una cattedrale, osservandola dalla sua finestra. Il bello è che di quella cattedrale, dalla sua camera, riesce a vedere soltanto la punta del campanile. Questo, però, non lo ferma e così costruisce anche tutto il resto, lavorando soltanto di pura immaginazione. E crea un modello straordinario, poco importa se in realtà, sotto quel campanile, la vera cattedrale è ben diversa da come lui la sta costruendo. Quello è il modo in cui la immagina, in cui la vorrebbe... Difficile trovare un escamotage migliore, per tradurre in immagini, il potere dell'immaginazione. Ed ancora più difficile trovare un immagine più potente di questa per dirci come John Merricke, sotto quell'aspetto mostruoso, sia in realtà pienamente umano.

Ecco, soltanto per una sequenza come questa, così potente in tutta la sua intensità poetica, “The elephant man” si distingue dalla stragrande maggioranza di film biografici ispirati a storie vere.
La sua forza sta proprio nelle immagini. Come quella iniziale, inquietante, puramente “lynchiana” di una donna che grida a terra, con un elefante in preda all'ira che si erge di fronte a lei, splendida sequenza che altro non è che un incubo del protagonista, un uomo deforme, che ogni volta che veniva presentato nei terribili freak show, doveva ascoltare la falsa storia di come egli fosse nato da una giovane ragazza che mentre era in gravidanza era stata assalita da un elefante. E lui se ne convince, fino a sognarlo, nelle sue notti tempestate da incubi.

Oppure le tante sequenze in cui lo stesso John Merricke guarda con occhi sognanti e pieni di amore, la fotografia della madre, della quale ha soltanto ricordi sfumati, domandandosi perché da una donna così bella è nato un mostro come lui. “La gente ha paura di quello che non riesce a capire… ma vede, faccio fatica anch’io a capire… mia madre era bellissima”
O ancora il suo sguardo, mentre assiste, nella parte finale del film alla rappresentazione teatrale, con le immagini dello spettacolo che si sovrappongono in dissolvenza a quelle del suo volto, dando l'impressione di essere in un altro mondo, magico, ben lontano dalla sofferenza di tutti i giorni e trasmettendo bene l'idea di come in quel momento “l'uomo elefante” si deve essere sentito, proprio come se fosse stato finalmente in un altro pianeta, un pianeta felice.



Ma chi era l'uomo elefante? All'anagrafe John Merricke, uomo realmente vissuto nell'Inghilterra vittoriana, affetto dalla nascita da una terribile malattia congenita, (la sindrome di Proteo, molto simile alla neurofibromatosi) che lo rendeva estremamente deforme per via delle presenza di innumerevoli tumori cutanei ed ossei. L'aspetto grottesco a cui lo costringeva la malattia, gli impedì di trovare un lavoro ed un posto nella società e così fu ingaggiato da un presentatore dei cosiddetti “freak show” per farne di lui uno dei tanti fenomeni da baraccone.
La sua vita fu quindi un continuo di umiliazioni e maltrattamenti, fino a quando non si interessò di lui il medico Frederick Treves (interpretato nel film da Anthony Hopkins) che riuscì a scorgere, sotto quell'aspetto mostruoso, una nobile umanità...
Il film racconta di questo, dal momento in cui per la prima volta Treves incontrò Merricke, e quindi lo svilupparsi del loro rapporto e di come il dottor Treves divenne per John, non solo un medico fidato, ma anche un amico ed in un certo senso un padre, cercando di restituirgli quella dignità umana di cui era stato privato... Una riflessione sul tema della diversità, inserita in un preciso contesto storico e sociale.


A questi punti, però, sono costretto ad ammetterlo: non amo particolarmente i film ispirati a storie vere e soprattutto non amo i film da cui fuoriesce una morale, una distinzione precisa tra buoni e cattivi, ma su questo film (l'ultimo che visto della filmografia di David Lynch), i miei pregiudizi erano completamente sbagliati. Questo film è diverso.
Quando ti trovi a dover fare un film su una storia già di per sé bellissima e commovente il rischio maggiore è proprio quello di creare un film che sia una lagna, melenso e privo di personalità. “The elephant man” invece, grazie alla regia impeccabile, alle splendide trovate visive, ad un bianco e nero perfetto per ricreare l'atmosfera della Londra di fine diciannovesimo secolo, alla colonna sonora bellissima che accompagna le immagini, evidenziandone il pathos, diventa un film che brilla di luce propria, che riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore, senza mai abbandonarsi al sentimentalismo gratuito.

Come tutti gli altri film di Lynch, anche questo, infatti, è essenzialmente un film di atmosfera... che più che raccontare una storia, punta a suscitare emozioni. Un'opera poetica ed intensa.
Sicuramente meno irrazionale e personale degli altri suoi film, visto che il soggetto gli era stato dato da Mel Brooks (che era rimasto estasiato dalla visione di Eraserhead) con tanto di sceneggiatura già abbozzata, ma nonostante una trama che non gli permettesse di inventare chi sa cosa, il giovane pittore David Lynch ce l'ha comunque fatta a darle il proprio tocco.

Ne è nato così un film che “stranamente” appare accessibile per tutti, sicuramente il più fruibile dalla massa tra tutte le opere di Lynch, ma che al contempo non può deludere nemmeno i più accaniti fan del regista.
Lo ammetto: io preferisco il Lynch più recente, quello degli ipnotici e controversi “Strade Perdute”, “Mullholland Dr.” ed “Inland Empire”, ma sono rimasto altrettanto affascinato anche da questa opera.

L'unico difetto è che fuoriesce una sorta di “morale”. Il film sembra chiederci per tutta la sua durata : << Chi è il vero mostro? L'uomo deforme e tutta quella triste umanità che gli sta attorno, che lo umilia e lo emargina? >> Lo ripeto, di solito non amo i film così didascalici che tracciano una così netta linea di demarcazione tra buoni e cattivi, ma stavolta forse era veramente inevitabile.
Ciò che conta è la magia che pervade l'intera pellicola, quell'emozione che cresce, in maniera progressiva, senza mai arrestarsi dall'inizio alla fine, quel coinvolgimento che non viene mai meno, sino allo splendido finale, di una profondità davvero rara.
E non ci annoia mai e non ci si allontana mai da quella Londra sporca e cupa di fine '800. E soprattutto non smettiamo mai di sentirci, in qualche modo, tutti, un po' uomini elefanti...





sabato 13 luglio 2013

"8½" di Federico Fellini


IL momento in cui, per la prima volta ho assistito al finale di “Otto e mezzo” di Federico Fellini penso sia stato uno degli attimi più belli della mia vita, uno dei più emozionanti, non sto scherzando. Scusate i toni romantici, ma per me, in quel finale si racchiudeva tutto il senso non solo del film, ma dell'intera esistenza. Quella frase “tutta questa confusione sono io”, pronunciata da un indimenticabile Marcello Mastroianni, si portava dietro una quantità di emozioni impressionante. Fellini in questo film, infatti, ci ha infilato veramente di tutto: amore, passioni, paure, fantasie, dubbi, ricordi. Ci sono le pulsioni dell'inconscio, ci sono i desideri, c'è il senso di inadeguatezza, c'è la parodia nei confronti della critica cinematografica “accademica”, c'è la religione, il rapporto con Dio, c'è il bisogno di cercare nuove sensazioni al di fuori della vita coniugale, c'è il tentativo di dare un senso al proprio vagare, e l'incapacità perenne di riuscirci. Gli occhiali si annebbiano e non vedi niente. Tenti di sognare e voli tra i propri sogni, ma con una fune legata al piede ti ritrascinano inesorabilmente a terra. Ci sono le bugie, ci sono gli affetti. Ci sono i preti e ci sono i clown. C'è un continuo girovagare, un tentare nuove vie. C'è una costante malinconia alternata a repentini sprazzi di felicità.


Anche su questo film, essendo uno dei capisaldi della storia del cinema c'è ben poco da aggiungere rispetto a quello che è già stato detto e sinceramente non saprei cosa scrivere. Un gioiello, un film che veramente si merita l'appellativo di “capolavoro” (di cui purtroppo ultimamente se ne fa un abuso impressionante). Nel definire “otto e mezzo” un vero capolavoro, però non si esagera. Anzi, forse gli sta anche stretto, perché siamo di fronte ad un qualcosa che va ben oltre il cinema. Questa è arte, espressa ai massimi livelli.

 Si intitola “Otto e mezzo”, perché è il nono film di Fellini, ma l'ottavo diretto da solo, dal momento che il primo lungometraggio, “luci del Varietà” lo ha diretto in coppia con Alberto Lattuada. Un chiaro riferimento autobiografico quindi, ed infatti il protagonista del film è un regista, Guido, che sta scrivendo un film ed è prossimo alla realizzazione, ma non ha ancora sviluppato un quadro preciso di quel che il film sarà. Non c'è ancora una trama delineata e perciò non riesce nemmeno a dire agli attori che lo assillano, quale parte avranno nel film, perché semplicemente ancora non lo sa, nemmeno lui...Crisi di ispirazione o crisi esistenziale? Oppure troppe idee disordinate? Diviso tra moglie, amante e l'amore per una bellissima attrice, lo vediamo perdersi nel proprio mondo. E restiamo sempre più confusi. Non sappiamo se le scene a cui stiamo assistendo siano parte della sua vita, del suo passato, del suo inconscio o parte del film che sta architettando nella sua mente. Non ha importanza, perché tutto si fonde, l'uno dipende dall'altro, sono soltanto dettagli (bellissimi) della vita di un uomo. Fellini ci trascina con sé, tra caroselli alle terme, hall di alberghi di lusso e camere da letto... cimiteri e bagni turchi...basta lasciarsi trasportare, accompagnati dalle splendide musiche di Nino Rota, talvolta allegre con brio, talvolta più cupe. Le immagini sullo schermo, in uno splendido bianco e nero, sono tra le più belle che potrete vedere.


Eccezionale la scena dell'Harem, (con tutte le donne della sua vita che chiamano Guido, lo trascinano lo baciano e lui si ritrova a dover fare da domatore di tutto quello ambaradan con una frusta), oppure quella in cui viene introdotta la prostituta Saladina, simbolo per Guido della scoperta infantile del mondo del sesso. Non c'è un dialogo sbagliato. Ci sono tanti dialoghi apparentemente vuoti, è vero, ma sono funzionali alla storia. Fra tutti, lo scambio di battute tra Mastroianni e Claudia Cardinale è davvero indimenticabile, sublime..


"Guido: Tu saresti capace di piantare tutto e ricominciare la vita da capo? Di scegliere una cosa, una cosa sola ed essere fedele a quella? Riuscire a farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto e che diventi tutto proprio perché la tua fedeltà che la fa diventare infinita. Ne saresti capace? Ecco ascolta se io ti dicessi, Claudia...

Claudia: E tu... saresti capace?

Guido: No... no questo tipo no, non è capace. Questo vuole prendere tutto, arraffare tutto, non sa rinunciare a niente; cambia strada ogni giorno perché ha paura di perdere quella giusta, e sta morendo, come dissanguato.

Claudia: E così finisce il film?

Guido: No comincia così, poi incontra la ragazza della fonte, è una di quelle ragazze che danno l'acqua per guarire, è bellissima, giovane e antica, bambina e già donna, autentica, solare. Non c'è dubbio che sia lei la sua salvezza"

oppure:



"Claudia: Della storia che mi hai raccontato non ho capito quasi niente. Ma scusa, un tipo così, come tu l'hai descritto, che non vuol bene a nessuno, non fa mica tanta pena sai? In fondo è colpa sua. Che cosa pretende dagli altri?

Guido: Perché? credi che io non lo sappia? Come sei noiosina, anche tu.

Claudia: Ah ma non ti si può dire proprio niente! Quanto sei buffo con quel cappellaccio truccato da vecchio! Io non capisco, incontra una ragazza che lo può far rinascere, che gli ridà vita e lui la rifiuta?

Guido: Perché non ci crede più.

Claudia: Perché non sa voler bene.

Guido: Perché non è vero che una donna possa cambiare un uomo.

Claudia: Perché non sa voler bene.
Guido: E perché soprattutto non mi va di raccontare un'altra storia bugiarda.
Claudia: Perché non sa voler bene."



Quanto ci sarebbe da scrivere effettivamente..
Di fronte a questo film, però, non ci si può limitare alla superficie, alla trama apparente. Come dicevo non è soltanto, la storia di un regista che non sa che film fare, è la storia di uomo che non sa che direzione dare alla propria vita. E' una metafora, è la storia di tutti noi. Di come ricerchiamo continuamente la felicità, comettendo tanti errore, talvolta facendo delle scelte senza nemmeno saperne il perché...

E' un film, che pur essendo del 1963, è di una modernità strabiliante. Moderno, attualissimo, anzi...senza tempo. Un'opera che non si può etichettare, che sfugge a qualsiasi definizione...

E se fosse il crollo di un bugiardaccio senza più arte né talento? Se non fosse una crisi passeggera? Forse è davvero ora di farla finita con i simboli… dice il critico Daumier al regista Guido... (Anche la trovata di infilarci già tutte le critiche che gli sarebbero state rivolte dopo il film, non la si può non trovare geniale)...

Guido sembra quasi sul punto di arrendersi, la vita lo sta schiacciando, ma poi si rende conto che proprio in quella confusione sta la bellezza...

“Che mostruosa presunzione credere che gli altri si gioverebbero dello squallido catalogo dei suoi errori. E a lei che cosa importa cucire insieme i brandelli della sua vita, i suoi vaghi ricordi, o i volti delle persone che non ha saputo amare mai? “


“Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito, non sapevo, com'è giusto accettarvi, amarvi, e com'è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare... ma non so dire. Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa né a te né agli altri. Accettami così come sono se puoi, è l'unico modo per tentare di trovarci.”

A quel punto tutti i personaggi, tutte le persone delle sua vita entrano in scena, inizia la giostra più bella di sempre.
Un inno al cinema, alla vita!

Grazie Fellini!

 "



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