..."Dire la verità,quello che non so,che cerco,che non ho ancora trovato.Solo così mi sento vivo."

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lunedì 28 aprile 2014

"LA LEGGENDA DI KASPAR HAUSER" (2012) di Davide Manuli.


“Qual è il tuo sogno Kaspar Hauser? Non ne hai? Il mio? Tu vuoi sapere il mio sogno? Il mio sogno è la fine di tutti i sogni. E questo gli uomini l’hanno chiamato Dio, tranne che qui su questa isola…ma tu credi che questa sia un’isola? Questa non è un’isola, qui non ci sono isole, qui non c’è dentro né fuori, ma il nome Kaspar Hauser è legione strana, straniera…Ma se non c’è dentro né fuori, da dove cazzo viene fuori lo straniero? Lo capisci perché sei perseguitato, Kaspar Hauser…tu dormi il sonno del gusto perché il sapore del gusto l’hai scordato, ma si scorda sempre ed allora la vita non ha né senso né gusto… Ed allora si sono inventati un’altra vita. Ma se non c’è né dentro né fuori, dove cazzo può stare un’altra vita? E’ tutto qui. Ed ora.”


(Forse Godot è arrivato.
Forse Godot è arrivato, ma non sappiamo più che cazzo farcene. A forza di aspettare ci siamo dimenticati perché aspettavamo. Era logico che sarebbe andata così.
Forse Godot è arrivato, ma non sappiamo cosa sia. Non lo sapevamo nemmeno prima, dopotutto.
Forse Godot è arrivato e sembra un idiota.
Forse Godot è arrivato, ma sinceramente chissenefrega… meglio farlo fuori.
ed aspettarne un altro.)

Musica elettronica ed un bianco e nero magnifico, che non è soltanto una scelta “radical-chic”, ma è perfetto per annullare il tempo ed i luoghi. Ci troviamo scaraventati su un’ isola che non è un’isola, in mezzo a pochi personaggi assurdi, ma da quella assurdità ci facciamo cullare.

La melodia techno ci trasporta da un’altra parte. Inizia un trip sensoriale magnifico, che profuma di libertà in ogni fotogramma. Le sensazioni sono molteplici ed è difficile metterne insieme i pezzi.
Il bianco e nero ci acceca, la musica techno (composta da Vitalic) ci sballa.
Davide Manuli, riprende il mito di Kaspar Hauser (http://it.wikipedia.org/wiki/Kaspar_Hauser), lo stravolge e da vita al suo teatro dell’assurdo. Ecco che Kaspar arriva trasportato dalle onde. Capelli rasati dalle parti, un enorme ciuffo biondo platino e tratti androgini (interpretato non per  niente dalla bravissima Silvia Calderoni). Ha scritto sul corpo il proprio nome, indossa pantaloni adidas e soprattutto ha due enormi cuffie che sembrano trasportarlo in un’altra dimensione, facendo vibrare il suo corpo ad ogni battito.
“Io sognavo l’eroina – dice il prete – quella che viene e ci libera” Ed invece è arrivato Kaspar Hauser, che nemmeno parla. Lo sceriffo, Vincent Gallo, che lo tira fuori dalle onde, prova a prendersene cura e cerca di insegnargli il mestiere del dj, ma deve proteggerlo da altri strani personaggi, tra cui la duchessa del  (non)posto ed il Pusher a suo servizio (ancora Vincent Gallo). Nel frattempo un prete prova ad interrogarlo…
Per il resto mi sembra alquanto inutile parlare della trama, così come sembra inutile o quantomeno arduo tentare di inserire questo splendido film/non-film di Davide Manuli in un preciso genere. Surrealismo è la prima cosa che viene a mente, ma non calza bene a pennello.
Sul fatto che sia Cinema, però, non ne ho dubbi. Cinema coraggioso che rifiuta una sterile e noiosa narrazione per dedicarsi esclusivamente all’immagine ed al suono. In senso espressionistico. Immagine e suono che da soli evocano emozioni.. Perché quella musica elettronica è parte integrante del film ed è lei a raccontare, è lei ad emozionare ed è lei a farci viaggiare.

Si resta quindi destabilizzati di fronte ad un cinema così diverso, particolare, ma che tramette un senso incredibile di freschezza.

Si, perché, dicendolo in parole povere e comprensibili, “La Leggenda di Kaspar Hauser” è proprio una figata. Un film veramente “nuovo” e difficilmente dimenticabile.

P.S: Vincent Gallo, idolo indiscusso per il sottoscritto, qui supera davvero se stesso.
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“Manuli crea il paradosso di un vuoto ipersaturo. Una regia che privilegia la camera fissa e dei carrelli lenti e misurati, la fotografia levigata in bianco e nero di Tarek Ben Abdallah, le scenografie naturali della Gallura, le sequenze senza stacchi di montaggio, il minimalismo dei quadri e l'essenzialità dei costumi, farebbero pensare ad una struttura che si regge interamente sulla sottrazione (alla Bresson, per farla semplice). Invece, al contrario, ogni scena si  nutre di un'energia trasbordante, persino barocca – a condizione che, come vuole D'Ors, lo specifico del barocco sia la vertigine – e  ribollente. È la natura musicale del film a garantirne una costruzione simile: l'electro-house di Vitalic non è soltanto colonna sonora, ma figurazione ritmica che impone le proprie modulazioni a tutto il film. In questo senso, mi pare, andrebbe ricercata la ragione dell'ipnosi nel frastuono di ripetizioni e variazioni (di dialoghi, di inquadrature, di temi formali), nell'ossessivo ritorno del non-senso che impone una sospensione di quel montaggio di secondo grado che è il lavoro mentale dello spettatore. E poiché non c'è più da capire, non rimane che contemplare. Incantati.
Manuli urla a gran voce le possibilità di un cinema altro, anarcoide, sregolato, magnetico, libero. Per quel che ne so, potrebbe persino non essere cinema.” –Giuseppe Fidotta, www.spietati.it
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“L’opera di Manuli vive di una tensione metafisica che ricorda da vicino l’ascesi artistica di Carmelo Bene o di Eugenio Barba o di Andrej Tarkovskij. Siamo di fronte, insomma, a un regista dal talento non comune, che ci espone a una scelta radicale: dimenticare il film ed esperire il cinema. Cioè farci invadere dal bombardamento di immagini sonore, un flusso che scuote il corpo e desta un’attenzione consapevole come poteva accadere in certo Bresson (per esempio ne L’argent) o in Ozu o in certo Godard (si pensi ad Alphaville). E’ avvertibile un’attivazione che sollecita tutti i sensi e sbalza oltre i sensi stessi. Tutto diventa inquietantemente memorabile. [...] Qualcuno di antico ha descritto in anticipo quest’opera d’arte che è La leggenda di Kaspar Hauser: “Ecco l’equivalente del suono così come io come lo intendo. L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito, non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto, che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare”. Questa precisa descrizione dell’opera di Manuli è stata enunciata da Carmelo Bene, in un’intervista a Thierry Lounas, sui Cahiers du Cinéma, nel 1998, l’anno in cui usciva il primo film di Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo. Era un passaggio di staffetta, nemmeno ideale. Buona non-visione a tutti.” -- GIUSEPPE GENNA | l’Unità, 30 maggio 2012




domenica 9 marzo 2014

"HER"/ "LEI" di Spike Jonze (2013)


Premessa: Da quando è stato inventato il cinema, quante storie, storielle, “storielline” d’amore saranno state raccontate sul grande schermo? Eppure ogni tanto arriva un regista come Spike Jonze, i cui migliori lavori sin qui sono stati videoclip e quel bellissimo cortometraggio “I’m here”, che ti tira fuori un film di questa portata, che nella sua “leggerezza” sa raccontare l’amore da una prospettiva nuova ed originale e lo fa toccando tematiche profonde, universali, con sprazzi di genuina poesia. Voglio dirlo. E subito: “Her” non sarà un capolavoro, ma è sicuramente una delle pellicole più interessanti ed emozionanti dell’anno. Io semplicemente…l’ho amato. Mi è entrato nel cuore e si è già guadagnato il suo posticino, lì accanto ad un film come “Se mi lasci ti cancello”. Credetemi, il paragone ci sta tutto. Come il gioiellino targato Michel Gondry, anche questa ultima pellicola di Jonze prende spunto attorno ad un’idea fantascientifica ed elabora poi una complessa riflessione sull’umanità e sui rapporti interpersonali di pregevole fattura, destinata a diventare un “cult” tra i romanticoni come il sottoscritto.

“A Spike Jonze Love Story” recita la locandina del film, ma l’appellativo di storia d’amore è davvero limitativo per un film del genere. Sin dai primi fotogrammi, infatti, appare chiaro che si tratta soprattutto di un film sulla SOLITUDINE, sul bisogno di “contatto umano”. Che attenzione, non è soltanto la solitudine dell’uomo in un mondo sempre più tecnologizzato e disumanizzato, di cui si è tanto parlato. Theodore Twombly, il protagonista, con la sua sensibilità, la sua fragilità intrinseca, la sua difficoltà nel relazionarsi agli altri, nel gestire le emozioni, le proprie e quelle di coloro che gli stanno attorno, sarebbe stato solo anche senza le macchine, anche cinquant’anni fa, sessanta, settanta… Un piccolo antieroe, un signor nessuno, come tutti.

Lo vediamo vagare per la città, in preda alla malinconia. Di mestiere scrive lettere a mano per gli altri (o meglio, le detta ad un computer che le scrive per lui) ed è bello vedere come in ognuna ci mette tutto se stesso. Sorride, quasi si commuove mentre le scrive. Poi esce dall’ufficio e si incammina verso casa… prende la metro e si appoggia con la testa contro il finestrino con lo sguardo perso non si sa dove (come faceva il robot, protagonista di I’m Here). Infine, prima di dormire prova a sconfiggere la solitudine frequentando chat per adulti, tra l’altro con scarsi risultati.
Spinto da questo malessere di fondo, compra ed installa un nuovo, avveniristico sistema operativo, “Umano” per così dire, in grado di pensare, evolversi sulla base dell’esperienza e dei rapporti interpersonali e soprattutto, per non so quale algoritmo, capace di provare emozioni. Ecco quindi che si materializza Samantha. Per noi spettatori è soltanto la voce di un computer (quella di una splendida Scarlett Johansson), per Theodore invece diventa tutto. Tutto quello di cui aveva bisogno. Qualcuno a cui confidare le proprie debolezze, con cui ridere, scherzare, ricominciare a vedere la luce…Se ne innamora…La vita diventa nuovamente una danza. I due scoprendosi l’un l’altro, cominciano a scoprire se stessi…



Lui le dice: “Sento di poterti dire qualsiasi cosa” e le racconta di come non riesce ad andare avanti dopo la rottura della ex moglie, compagna da una vita… Lei, invece, le confida il suo desiderio di avere un “corpo”, di poter camminare al suo fianco… e quindi tutto quel senso di incompiutezza nel non possederlo.
“Sto diventando qualcosa di diverso da quello per cui mi hanno programmata. Sono emozionata.” E la riflessione che ne scaturisce diventa ben più ampia. Sono reali le emozioni di Samantha? Si potrebbe dire che sono solamente il risultato di particolari circuiti elettrici. Ma perché, quelle di un uomo non sono la stessa cosa? Può’ quindi un Pc, programmato dall’uomo a sua immagine e somiglianza, essere considerato una persona? O almeno, l’anima del Pc può essere considerata tale?
Oppure… E’ davvero assurdo ed illogico innamorarsi di un sistema operativo?

-“Ti stai innamorando di lei?”
- “Mi fa sembrare strano?”
-“No, credo che chiunque si innamori sia strano. E’ una sorta di pazzia socialmente condivisa”…


Si pone tante domande Spike Jonze…sull’amore, la vita, l’amicizia… ed in fondo non da alcuna risposta. Ma non è un difetto, anzi, questi quesiti senza soluzione contribuiscono a rafforzare quell’atmosfera malinconica, surreale e magica che si respira per tutta la durata della pellicola. Se poi ci aggiungiamo la fotografia splendida, con un’attenzione agli aspetti cromatici che raramente si incontra, la regia pulita ma adeguata e capace persino di qualche sussulto degno di nota, la colonna sonora struggente che accompagna i poetici dialoghi, la recitazione eccelsa dei protagonisti… beh, si può dire in sostanza che Spike Jonze ha fatto centro, riuscendo a creare un’opera finalmente matura e capace di far presa su molti e non solo sul “grande pubblico”. Una favola moderna, un film che non si dimentica.

 Attenzione: spoiler  _

E permettetemi prima di concludere, di scrivere due parole su una scena. Non riesco a non parlarne. Mi riferisco alla sequenza in cui Theodore fa sesso per la prima volta con il suo sistema operativo, in cui si raggiungono livelli di intensità davvero alti. Comincia a descriverle come la accarezzerebbe se fosse lì con lui, come la bacerebbe sul collo, sul seno… e Samantha si lascia andare. I due entrano in un’altra dimensione. Tutto improvvisamente sparisce. LO SCHERMO DIVENTA NERO. Non c’è più materia, non c’è più carne. Soltanto emozioni.






Vi lascio con “The moon song” di Karen O’ e qualche immagine del film… a presto. 


"I'm lying on the moon

My dear, I'll be there soon
It's a quiet starry place
Time's we're swallowed up
In space we're here a million miles away

There's things I wish I knew

There's no thing I keep from you
It's a dark and shiny place
But with you my dear
I'm safe and we're a million miles away

We're lying on the moon

It's a perfect afternoon
Your shadow follows me all day
Making sure that I'm okay and
We're a million miles away"


martedì 13 agosto 2013

"I'm here" di Spike Jonze (2010)

<< Cosa stai sognando? >>
<< Cosa intendi? Io non posso sognare. >>
<< Ma certo che puoi farlo. Devi solo volerlo fortemente. >>
 

 Splendido. Splendido. Splendido.

Lo ammetto...sono arrivato decisamente tardi perché questo mediometraggio scaturito dalla fantasiosa mente di Spike Jonze (Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Nel paese delle creature selvagge) è uscito nel 2010, sponsorizzato dalla Absolut Vodka.
Ma al di là di ciò, non ho potuto resistere a dedicargli un intervento su questo blog.

Perché di rado si incontra un qualcosa di così bello e così intenso in tutta la sua leggerezza, semplicità e sensibilità.
Non una semplice storia d'amore. Per quanto mi riguarda, la storia d'amore più originale e deliziosa che abbia visto dai tempi di “Eternal sunshine of the spotless mind...” Il tutto condensato in 30 minuti di splendore, estremamente intensi, accompagnati da una colonna sonora eccezionale.



Siamo in un mondo in cui i robot convivono con gli essere umani, vanno al lavoro, girano in macchina con la musica a tutto volume, vanno ai concerti e soprattutto come gli essere umani sono in grado di provare sentimenti. Il protagonista così è proprio un buffo robot di nome Sheldon (interpretato da Andrew Garfield che gli presta corpo e voce), che fatta eccezione per quella scatola dalle fattezze di vecchio computer che si ritrova al posto della testa, ha tutti i connotati per essere considerato uno come tanti, un tipo ordinario, un po' introverso ed imbranato, che di mestiere fa il bibliotecario e vive la sua routine senza troppi alti ne bassi. Ma i suoi occhioni tristi e sognanti bucano sin da subito lo schermo, forse meglio di quanto qualsiasi attore in carne ed ossa avrebbe potuto fare. (e non è semplice rendere un robot così tanto 'umano', così vero).
Questo mediometraggio di 30 minuti, per me, ha tutto ciò che rende un opera filmica straordinaria... immagini dal grosso impatto visivo, una bellissima storia, malgrado la sua estrema semplicità, e quell'atmosfera malinconica che rende il tutto più magico ed al tempo stesso più reale.

Si, perché malgrado i protagonisti insoliti, che danno quel leggero tocco di surrealismo, ciò che ci troviamo di fronte agli occhi risulta pienamente reale, sincero, vero!
Per questo motivo è difficile non restare coinvolti ed allo stesso tempo affascinati.
Con me forse è più facile fare centro, essendo il sottoscritto un inguaribile romantico, ma dubito che questo 'filmino' possa risultare freddo anche a chi di sensibilità non ne ha certo da vendere.
Sinceramente non so nemmeno come Spike Jonze sia riuscito a creare questa magia, quali sono le scelte che hanno reso questo cortometraggio così pieno di poesia.
Quei 30 minuti volano in piena leggerezza, commuovendo, emozionando...
Già l'incipit è straordinario... con lo sguardo di Sheldon perso fuori dal finestrino dell'autobus che vale più di molte parole... Si capisce che avrebbe soltanto bisogno di qualcuno con cui condividere emozioni e bei momenti.
Lo ritroviamo così più tardi con quel suo sguardo sognante a fissare un aereo che vola alto nel cielo, con la speranza, in quel momento irrealizzabile, di essere lui sul quell'aereoplano diretto non si sa dove, basta da qualche altra parte, per fuggire da una quotidianità dove non sembra esserci spazio per la felicità, ma solo per la malinconia...per quel triste senso di insoddisfazione e di incompletezza.
Questo è lo scenario iniziale, che puntualmente cambia con l'arrivo di lei, un'altra robottina, che a differenza di lui appare più esuberante ed estroversa. Per Sheldon, lei rappresenta proprio quell'aereoplano con cui mandare a farsi fottere la solitudine e partire verso un viaggio che ridia senso a tutto...

Da lì in poi si dipana una storia toccante ed a sprazzi tristissima che pone l'accento sulla bellezza del “donarsi agli altri per amore, senza chiedere niente in cambio”. Tutto questo, senza quel buonismo fastidioso e quella retorica che abbonda in molti film... qui è tutto più genuino. E magico. Scusatemi se insisto su questa parola... ma questa è la sensazione.
La scena di loro due nel bosco è sensazionale. Vuoi per la bellissima fotografia, vuoi per la perfetta canzone di sottofondo... ma è soltanto una delle tante che compongono questo gioiello. Poesia che non ha bisogno di versi, ma solo di immagini. Peccato quindi che duri così poco (anche se in questo sta forse la sua grandezza).



Se come me ve lo siete perso, recuperatelo per favore. Fatelo per il vostro bene. ;-)





sabato 10 agosto 2013

"Mr. NOBODY" di Jaco Van Dormael (2009)

Fra tutte queste vite, qual è quella giusta?”
“Ognuna di queste vite è quella giusta. Ogni sentiero è il sentiero giusto. Ogni cosa potrebbe essere qualsiasi altra e avrebbe comunque senso...”

Chi non si è mai domandato come sarebbe andata la sua vita se avesse fatto scelte diverse? Magari cambiando un piccolo particolare, un minimo dettaglio apparentemente inutile? Chi non ha mai sperato di poter tornare indietro per provare a prendere altre decisioni e vedere dove lo avrebbero portato? Generazioni di filosofi, artisti, scrittori sono state affascinate da questa tematica... L'uomo, del resto, come diceva Kierkegard è frutto delle proprie scelte... oppure è il caso che decide per noi? Quanto le piccole scelte degli altri condizionano anche la nostra vita? Quanto il nostro vissuto dipende da noi?
La verità è che sono tutte tematiche complesse, a cui forse nessuno riuscirà mai a dare una risposta... Il bello sta proprio nel porsi queste domande, nell'immergersi in questo caos... E' ciò che ha provato a fare Jaco Van Dormael, con questo film del 2009, “Mr Nobody”, anch'esso semisconosciuto in Italia, perché non ha mai raggiunto le nostre sale, malgrado i tanti premi vinti a giro per il mondo. Devo ammettere che anch'io l'ho scoperto tardissimo, ma è stata una visione folgorante, di quelle che ti catturano, in maniera piacevole e mai angosciante, malgrado l'atmosfera malinconica che si respira per tutta la sua durata...

Non posso non consigliarlo vivamente, anche se con le dovute precauzioni... E' infatti un film complesso, coraggioso, sicuramente non immediato, per chi non è abituato a vedere un certo tipo di pellicole. Per alcuni, abituati ad avere di fronte agli occhi una storia lineare con tutte le risposte, può risultare anche fastidioso. E' indubbiamente un'opera ambiziosa, considerando che il regista belga Jaco Van Dormael ci ha messo ben dieci anni per realizzarlo, passando giorni interi a scrivere, cancellare e riscrivere la sceneggiatura, per non parlare dell'intero anno dedicato al montaggio. Ma nonostante questo, tutto si può dire di “Mr Nobody” tranne che sia soltanto un esercizio di stile. E' un film infatti che trasuda passione ed amore per la vita.

E' il film ideale di cui scrivere, dopo aver parlato la scorsa settimana di 2046. Se 2046 era infatti una struggente descrizione dello stato di malinconia di un uomo, prigioniero dei rimpianti per le scelte compiute in passato, questo film ci dice, con toni magici ed onirici, che non esistono scelte sbagliate e scelte giuste. Ognuna ha senso... Per me è uno straordinario messaggio d'amore, dalla grandissima energia vitale.

Non è semplice parlare della trama. In sintesi, il film si apre in uno scenario fantascientifico in cui la scienza ha scoperto, attraverso il metodo della “Telomerizzazione” il modo di impedire l'invecchiamento e quindi la morte per cause naturali. Un anziano signore, Nemo Nobody, di 118 anni, sarà proprio l'ultimo essere umano a morire per cause naturali. Per questo tutte le attenzioni mediatiche sono incentrate su di lui. Un giornalista tenta quindi di intervistarlo, chiedendogli di narrare i suoi ricordi. Così comincia la narrazione di Nemo Nobody, con un bambino che si trova sulla banchina della stazione a dover decidere se prendere un treno insieme alla madre, oppure restare con il padre. Da quella sofferta e difficile decisione, comincia lo splendido viaggio nella memoria del protagonista, a partire dai primissimi ricordi della sua infanzia. Ben presto però quei ricordi sembrano confondersi e ci accorgiamo che Nemo non sta ricordando una sola vita, ma più di una. Le sue storie talvolta scorrono parallele, talvolta si intrecciano, le sue vite si moltiplicano. Per ogni difficile scelta della sua vita, l'anziano (ci) narra più di una possibilità. E queste diventano infinite... Qual è la vera vita vissuta dal protagonista? Qual è la realtà e quali ricordi sono solo frutto dell'immaginazione? Non lo sappiamo, ma ci perdiamo piacevolmente in questo vortice fatto di passato, presente, futuro, felicità, tristezza, rimpianti, speranze, amore, amicizia...
Insieme a Nemo non riviviamo soltanto i momenti della sua adolescenza, i suoi primi amori, le discussioni con i genitori, le sue crisi esistenziali, ma riviviamo innanzitutto la nostra vita. Le paure di quel bambino che non sa cosa fare, sono la proiezione delle nostre paure di fronte a qualsiasi difficile scelta a cui la vita ci obbliga. Ci identifichiamo e quindi ci emozioniamo. La visione non è mai passiva... siamo sempre spinti a ricordare... E' lì che Van Dormael ha fatto centro, creando un film capace di coinvolgere ed emozionare, senza né stancare né angosciare. Nonostante la complessità della sua architettura, infatti, la pellicola risulta decisamente leggera e scorrevole... vola via rapida, finisce che quasi non te ne sei nemmeno accorto... proprio come un treno che passa veloce e non ti da il tempo di decidere cosa fare...
La voce fuori campo del bambino è pienamente azzeccata...tutti infatti di fronte a questa opera ci sentiamo un po' bambini, ingenui, privi di sicurezze, ma con lo sguardo pieno di stupore... E' Van Dormael che prova a guardare il mondo come un bambino ed il bello è che ce lo fa guardare anche a noi nello stesso modo.


L'idea di partenza non è certo originale, è vero.... La strada delle infinite possibilità della vita è già stata battuta in altri film. L'affascinante teoria del “butterfly effect”, secondo cui il battito di ali di una farfalla in una parte del mondo, può creare effetti potentissimi da un'altra parte è stata al centro di molte altre opere artistiche, di qualità variabile. Tanti altri registi ne hanno tratto film... Lo scrittore Asimov sulla possibilità di cambiare la storia e il destino dell'umanità variando piccolissimi dettagli, ci ha scritto quel capolavoro che è “La fine dell'eternità” (il più bel libro di fantascienza che abbia mai letto), ma Van Dormael da questa idea non originale è riuscito a creare un film, diverso da tutti gli altri, con una propria personalità che lo rende unico, potentissimo e coinvolgente! Del resto, non esistono idee originali di per se, ma modi originali di esporle...


Tutto appare magico, poetico, surreale... Si, si tratta di un viaggio onirico nella memoria e nei dubbi del protagonista. Si passa dalla tenerissima storia d'amore adolescenziale tra il protagonista e Anna, alla angosciosa relazione tra Nemo ed un'altra donna scelta in un'altra vita, sulle soglie della follia, all'insoddisfazione per una vita dedicata soltanto alla ricerca del successo... ma anche questa un'altra vita fra le tante, un altro Nemo fra tutti quelli possibili... Tante storie interconnesse... sentieri che si congiungono ad altri, si fondono per poi di nuovo separarsi. Il tempo fa capriole su stesso, ritorna indietro e va da un altra parte. E mentre lo fa sembra proprio che non abbia il minimo peso. Il tempo che di solito di appare angosciante ed opprimente diventa un entità priva di consistenza, soltanto una melodia musicale, incapace di smuovere le lancette della bilancia...

Il tutto intervallato da riflessioni scientifiche... bellissime sequenze in cui lo stesso Nemo ci pone domande sulla nostra esistenza... sul perché ci innamoriamo... Si parla del big crunch, della possibilità che un giorno lo sviluppo dell'universo non tenda più al caos, ad un aumento dell'entropia, ma si inverta, restringendosi, portandosi dietro il tempo... a quel punto torneremo tutti indietro? Rivivremo all'incontro la nostra vita? Cosa accadrà veramente?

“Com'era prima del Big Bang? Be', vedete... il prima non c'era, perché prima del Big Bang il tempo non esisteva. Il tempo è il risultato dell'espansione dell'universo stesso. Ma cosa succede se il tempo smette di espandersi e il movimento si inverte? Quale sarà allora la natura del tempo? Se la teoria delle stringhe è corretta, l'universo ha nove dimensioni spaziali e una dimensione temporale. Possiamo immaginare che all'inizio tutte le dimensioni fossero collegate tra loro. Durante il Big Bang tre di queste dimensioni, conosciute come altezza, larghezza e profondità, e un'altra dimensione, che noi conosciamo come tempo, si dilatarono. Le altre sei dimensioni rimasero intrecciate tra loro. E se vivessimo in un universo ad una dimensione come distinguere l'illusione dalla realtà? Il tempo è conosciuto come una dimensione di cui viviamo l'esperienza in un'unica direzione. E se una delle altre dimensioni non fosse spaziale, ma temporale?”

oppure:

Perché il fumo delle sigarette non torna mai indietro? Perché le molecole si respingono l'una con l'altra? Perché una goccia di inchiostro non ritorna più come prima? Perché l'universo tende alla dissipazione. Questo è il principio dell'entropia. La tendenza dell'universo di evolvere il suo stato, in un caos crescente. Il principio di entropia è associato alla direzione del tempo che è il risultato di un'espansione dell'universo. Ma cosa succederebbe se la forza di gravità non fosse in grado di bilanciare la forza di espansione? O se il quantum di energia fosse troppo debole? In quel momento, il mondo può incorrere nella fase di contrazione: il Big Crunch. Allora cosa succederebbe al tempo? Andrebbe al contrario? Nessuno conosce la risposta.”

Messa così sembra davvero tanta, troppa carne sul fuoco, per creare un film che possa essere piacevole e leggero... Ed invece è proprio così.
Non nascondo che alcune sequenze le ho trovate troppo assurde, magari evitabili e lo stile forse è troppo ricercato. Troppo inquadrature virtuose, forse troppe voci fuori campo, ma sono piccole pecche di un film che merita senz'altro di essere visto. Anzi, vissuto! Un film che più che una narrazione di una storia è un'esperienza sensoriale, visiva, che ci invita a fare fare i conti con noi stessi, ma stavolta non finiamo con le lacrime agli occhi, ma con un sorriso e ci amiamo di più.

Difficile etichettarlo... non lo si può definire un film di fantascienza, così come è difficile stabilire se si tratta di una commedia oppure di un film drammatico. Ed il finale non si sa se sia un lieto fine oppure no... E' tutto ed allo stesso tempo niente, così come il suo protagonista Nemo è al contempo tutti e nessuno... Ma lo sfuggire a qualsiasi classificazione è proprio uno dei suoi maggiori pregi.

C'è chi ha considerato questo film incompleto...sinceramente, dove sta l'incompletezza? Non è mica un thriller in cui alla fine dobbiamo avere tutte le risposte... il film vuol proprio dire il contrario.
C'è chi lo considerato troppo teen drama... Bhè, da quando dare ampio spazio all'adolescenza del protagonista, significa fare un teen drama?

...“Riesco a ricordarmi di tanto tempo fa, prima della mia nascita. Ero raggruppato con quelli che ancora non erano nati. Fino a che non veniamo al mondo sappiamo tutto, tutto quello che deve ancora accadere. Quando è il tuo turno, gli angeli dell'oblio ti premono un dito sulla bocca. Con il dito ti toccano il labbro superiore. Significa che devi dimenticare tutto. Ma gli angeli mi saltarono. Poi dovetti trovare una mamma e un papà. Non è facile scegliere... “

Già per un monologo così in apertura...meriterebbe a prescindere di essere visto...

Infine, è d'obbligo concedere un grandissimo applauso va a Jared Leto, (il cantante dei 30 Seconds to Mars per intendersi) che, reggendosi l'intero film sulle spalle, ha dimostrato di essere anche un ottimo attore, interpretando un personaggio complesso e rendendolo credibile in tutte le sue sfaccettature ed in tutte le sue diverse vite.

Cosa aggiungere? Inutile dilungarmi oltre. Un film che, pur senza offrire una visione rassicurante della vita, fa venire voglia di vivere, senza rammaricarsi del passato o angosciarsi inutilmente per il futuro. Se per voi è poco...


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