..."Dire la verità,quello che non so,che cerco,che non ho ancora trovato.Solo così mi sento vivo."

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domenica 9 marzo 2014

"HER"/ "LEI" di Spike Jonze (2013)


Premessa: Da quando è stato inventato il cinema, quante storie, storielle, “storielline” d’amore saranno state raccontate sul grande schermo? Eppure ogni tanto arriva un regista come Spike Jonze, i cui migliori lavori sin qui sono stati videoclip e quel bellissimo cortometraggio “I’m here”, che ti tira fuori un film di questa portata, che nella sua “leggerezza” sa raccontare l’amore da una prospettiva nuova ed originale e lo fa toccando tematiche profonde, universali, con sprazzi di genuina poesia. Voglio dirlo. E subito: “Her” non sarà un capolavoro, ma è sicuramente una delle pellicole più interessanti ed emozionanti dell’anno. Io semplicemente…l’ho amato. Mi è entrato nel cuore e si è già guadagnato il suo posticino, lì accanto ad un film come “Se mi lasci ti cancello”. Credetemi, il paragone ci sta tutto. Come il gioiellino targato Michel Gondry, anche questa ultima pellicola di Jonze prende spunto attorno ad un’idea fantascientifica ed elabora poi una complessa riflessione sull’umanità e sui rapporti interpersonali di pregevole fattura, destinata a diventare un “cult” tra i romanticoni come il sottoscritto.

“A Spike Jonze Love Story” recita la locandina del film, ma l’appellativo di storia d’amore è davvero limitativo per un film del genere. Sin dai primi fotogrammi, infatti, appare chiaro che si tratta soprattutto di un film sulla SOLITUDINE, sul bisogno di “contatto umano”. Che attenzione, non è soltanto la solitudine dell’uomo in un mondo sempre più tecnologizzato e disumanizzato, di cui si è tanto parlato. Theodore Twombly, il protagonista, con la sua sensibilità, la sua fragilità intrinseca, la sua difficoltà nel relazionarsi agli altri, nel gestire le emozioni, le proprie e quelle di coloro che gli stanno attorno, sarebbe stato solo anche senza le macchine, anche cinquant’anni fa, sessanta, settanta… Un piccolo antieroe, un signor nessuno, come tutti.

Lo vediamo vagare per la città, in preda alla malinconia. Di mestiere scrive lettere a mano per gli altri (o meglio, le detta ad un computer che le scrive per lui) ed è bello vedere come in ognuna ci mette tutto se stesso. Sorride, quasi si commuove mentre le scrive. Poi esce dall’ufficio e si incammina verso casa… prende la metro e si appoggia con la testa contro il finestrino con lo sguardo perso non si sa dove (come faceva il robot, protagonista di I’m Here). Infine, prima di dormire prova a sconfiggere la solitudine frequentando chat per adulti, tra l’altro con scarsi risultati.
Spinto da questo malessere di fondo, compra ed installa un nuovo, avveniristico sistema operativo, “Umano” per così dire, in grado di pensare, evolversi sulla base dell’esperienza e dei rapporti interpersonali e soprattutto, per non so quale algoritmo, capace di provare emozioni. Ecco quindi che si materializza Samantha. Per noi spettatori è soltanto la voce di un computer (quella di una splendida Scarlett Johansson), per Theodore invece diventa tutto. Tutto quello di cui aveva bisogno. Qualcuno a cui confidare le proprie debolezze, con cui ridere, scherzare, ricominciare a vedere la luce…Se ne innamora…La vita diventa nuovamente una danza. I due scoprendosi l’un l’altro, cominciano a scoprire se stessi…



Lui le dice: “Sento di poterti dire qualsiasi cosa” e le racconta di come non riesce ad andare avanti dopo la rottura della ex moglie, compagna da una vita… Lei, invece, le confida il suo desiderio di avere un “corpo”, di poter camminare al suo fianco… e quindi tutto quel senso di incompiutezza nel non possederlo.
“Sto diventando qualcosa di diverso da quello per cui mi hanno programmata. Sono emozionata.” E la riflessione che ne scaturisce diventa ben più ampia. Sono reali le emozioni di Samantha? Si potrebbe dire che sono solamente il risultato di particolari circuiti elettrici. Ma perché, quelle di un uomo non sono la stessa cosa? Può’ quindi un Pc, programmato dall’uomo a sua immagine e somiglianza, essere considerato una persona? O almeno, l’anima del Pc può essere considerata tale?
Oppure… E’ davvero assurdo ed illogico innamorarsi di un sistema operativo?

-“Ti stai innamorando di lei?”
- “Mi fa sembrare strano?”
-“No, credo che chiunque si innamori sia strano. E’ una sorta di pazzia socialmente condivisa”…


Si pone tante domande Spike Jonze…sull’amore, la vita, l’amicizia… ed in fondo non da alcuna risposta. Ma non è un difetto, anzi, questi quesiti senza soluzione contribuiscono a rafforzare quell’atmosfera malinconica, surreale e magica che si respira per tutta la durata della pellicola. Se poi ci aggiungiamo la fotografia splendida, con un’attenzione agli aspetti cromatici che raramente si incontra, la regia pulita ma adeguata e capace persino di qualche sussulto degno di nota, la colonna sonora struggente che accompagna i poetici dialoghi, la recitazione eccelsa dei protagonisti… beh, si può dire in sostanza che Spike Jonze ha fatto centro, riuscendo a creare un’opera finalmente matura e capace di far presa su molti e non solo sul “grande pubblico”. Una favola moderna, un film che non si dimentica.

 Attenzione: spoiler  _

E permettetemi prima di concludere, di scrivere due parole su una scena. Non riesco a non parlarne. Mi riferisco alla sequenza in cui Theodore fa sesso per la prima volta con il suo sistema operativo, in cui si raggiungono livelli di intensità davvero alti. Comincia a descriverle come la accarezzerebbe se fosse lì con lui, come la bacerebbe sul collo, sul seno… e Samantha si lascia andare. I due entrano in un’altra dimensione. Tutto improvvisamente sparisce. LO SCHERMO DIVENTA NERO. Non c’è più materia, non c’è più carne. Soltanto emozioni.






Vi lascio con “The moon song” di Karen O’ e qualche immagine del film… a presto. 


"I'm lying on the moon

My dear, I'll be there soon
It's a quiet starry place
Time's we're swallowed up
In space we're here a million miles away

There's things I wish I knew

There's no thing I keep from you
It's a dark and shiny place
But with you my dear
I'm safe and we're a million miles away

We're lying on the moon

It's a perfect afternoon
Your shadow follows me all day
Making sure that I'm okay and
We're a million miles away"


lunedì 13 gennaio 2014

"CASTAWAY ON THE MOON" di Hae-jun Lee (2009)

"Amo così tanto la luna...

non c'è nessuno lassù...
e se non esiste nessuno

la solitudine non ha senso" 


Ancora una storia di solitudini che si incontrano, si cercano, si inseguono...si amano?
Una commedia surreale, onirica, forse anche grottesca, ma così delicata e poetica da riuscire ad incantare chi la guarda.
Poco importa se la storia sia oltre il limite che separa il reale dall'assurdo, non è quello che conta. Come spesso accade nei film orientali ad avere l'importanza sono le immagini, i gesti semplici, le poche parole...

Si ride tanto eppure ci si commuove di fronte a questi due personaggi.
Da una parte Lui, uno come tanti, anzi...un inetto come tanti, senza soldi, pieno di debiti, appena lasciato dalla fidanzata che lo disprezza. La sua vita sta andando a puttane, sta...naufragando, ancor prima di prendere la decisione di gettarsi da quel ponte, con l'intenzione di suicidarsi, fuggire da tutto e da tutti.
Ma anche il suicidio non va in porto e si ritrova così su di un isolotto in mezzo al fiume, vicinissimo a quella città, quella società che lo annientava, eppure allo stesso tempo così lontano, distante,
invisibile. Come prima, come sempre insomma.

“Che stupido, non sei nemmeno capace di suicidarti.”

Il telefono ovviamente ha finito la batteria e di nuotare non è capace (sennò il film nemmeno cominciava). E' lì su quell'isolotto, in mezzo ai rifiuti della società...spazzatura, bottigliette di plastica, scatolette di tonno ed una vecchia barchetta a pedali fatta ad anatra. Solo con se stesso e la sua fragilità, i suoi rimorsi, i suoi incubi... con quelle carte di credito prosciugate che non gli servono più a niente, giusto giusto per pulire la barchetta dalla cacca degli uccelli.
Fatto sta che decide di rimandare il suicidio e tentare di sopravvivere su quell'isola, dove la società ed il resto dell'umanità non possono più fargli del male... e così, quindi, incomincia a darsi da fare come un novello Robinson Crusoe, riscopre la bellezza della natura, il sapore dimenticato della noia.



E poi c'è Lei, dall'altra parte del fiume. Una giovane ragazza. Anche lei è sola, anche lei per scelta. Non ha tentato il suicidio, ma si è barricata nella propria camera, in fuga dal mondo. Non esce mai, nemmeno fa entrare la luce del sole. Dorme dentro nell'armadio, si sottopone all'autoipnosi per addormentarsi e vive soltanto una vita virtuale sul web “dove puoi essere chi vuoi”.
Poi la sera, da spazio alla sua più grande passione: Fotografare la Luna.
“Amo così tanto la luna, non c'è nessuno lassù...e se non esiste nessuno la solitudine non ha senso”

Solamente due volte all'anno, durante delle esercitazioni antiterrorismo si concede di guardare il mondo, perché in quelle situazioni la città si svuota...
“Due volte all'anno, per soli venti minuti il mondo si svuota, come sulla luna la gravità diventa un sesto di quella reale. Come vorrei che il mondo restasse sempre come in questo momento. Anche la vita peserebbe un sesto...”


Ed è proprio in quei momenti in cui il mondo diventa Luna che Lei con il suo cannocchiale scorge Lui.
“Un alieno” esclama! Perché di alieni si tratta... se i terrestri sono quelli normali, che vivano la loro vita in città come tanti. Che vivono senza paura della vita. Loro no, loro sono alieni...

Però pian piano, mandandosi messaggi, lui scrivendo sulla sabbia, lei gettando da un ponte bottigliette di vetro contenenti lettere, cominciano a conoscersi...o meglio ad avvertire a vicenda la presenza dell'altro.
Ed allora quella solitudine pian piano si dissolve, la musica cambia... quelle tende in camera le puoi aprire, non c'è più bisogno di ripararsi dal sole, di nascondersi dal mondo. Ed allora puoi uscire anche di casa senza casco, correre verso l'altro, solamente per dirgli come ti chiami. Solo per dirgli Io ci sono. Non sei più solo. Non lo siamo più.
_______________________

Fidatevi, è una meraviglia questo piccolo film. E' una commedia, certo, e non ha assolutamente pretese autoriali, ma riesce a colpire, emozionare, trasmettere grande forza vitale ed energia positiva. Molto curata nei dettagli, in alcune trovate visive sensazionali, con delle scene che ti lasciano per qualche secondo senza fiato e ti fanno rimandare indietro il film per vederle, rivederle, rivederle ancora... Se fossero tutte così le commedie!

Unica pecca, se proprio vogliamo trovargli un difetto, direi il finale leggermente scontato, non all'altezza di tutto ciò che c'è davanti, ma tutto sommato di fronte ad una commedia del genere c'è solo da battere le mani.


Un ringraziamento speciale al mio “maestro” Oh Dae-soo de “Il buio in sala”, che se non lo avesse inserito nella sua classifica di fine anno, probabilmente mi sarei fatto scappare questo gioiellino.



"The lunatic is on the grass 

The lunatic is on the grass 
remembering games and daisy chains and laughs 
got to keep the loonies on the path 

The lunatic is in the hall 
the lunatics are in the hall 
the paper holds their folded faces to the floor 
and every day the paper boy brings more 

And if the dam breaks open many years too soon 
and if there is no room upon the hill 
and if your head explodes with dark forbodings too 
I'll see you on the dark side of the moon 
The lunatic is in my head 
The lunatic is in my head 
you raise the blade, you make the change 
you rearrange me ' till I'm sane 
you lock the door 
and throw away the key 
there's someone in my head but it's not me 

And if the cloud bursts, thunder in your ear 
you shout and no one seems to hear 
and if the band you're in starts playing different tunes 
I'll see you on the dark side of the moon"

venerdì 10 gennaio 2014

"MISTER LONELY" (2007) di Harmony Korine

Caro mondo, caro mondo e chiunque lo abiti.
Durante quest'anno ho notato che hai cercato di tagliarmi fuori.
Ho notato che tu credi che io sia molto strano.
E ritieni che il mio modo di pensare sia sbagliato.
Caro mondo e chiunque lo abiti, dal momento in cui sono nato ricordo di essermi sentito diverso.
Ricordo di aver pensato di possedere una percezione speciale che mi permetteva di vedere le cose che tu non riuscivi a vedere.
Non credo di aver mai provato quello che provi tu.
Non sono proprio arrabbiato per questo
sembra che le cose siano così e basta.
Devo ammettere di aver trascorso la maggior parte della mia vita sentendomi confuso.
Sentendomi alienato e disconnesso.
Non ho mai capito le cose nella maniera in cui sembrava che le capissero gli altri o non ho mai capito le cose esattamente.
Caro mondo,
caro mondo e chiunque lo abiti,
è difficile ridere sempre
quando non sai cosa ci trovi di tanto divertente la gente.”



Di solito uno si sente solo quando gli mancano gli altri...Ecco, al protagonista di questo film, gli manca pure sé stesso. E lo stesso dicasi anche di tutti gli altri strani personaggi di questa pellicola, tutti al limite tra la normalità e la follia, “borderline” come negli altri film di Harmony Korine. Una serie di persone che hanno votato la propria esistenza al diventare dei sosia di qualcun altro. C'è Michael Jackon, il protagonista, c'è la tenera e fragilissima Marylin Monroe, c'è un crudele Charlie Chaplin, interpretato da un sempre straordinario Denis Lavant, c'è Madonna, c'è il presidente Lincoln, ci sono la regina di Inghilterra, James Dean, il papa, Shirley Temple ecc... e perciò tutto diventa piuttosto surreale. In realtà, è tutto più Reale di quanto possa sembrare... Cos'è un sosia, in fin dei conti, se non un semplice individuo che non sta bene con se stesso e decide di indossare una maschera per vivere nel mondo? E' davvero una cosa così strana? Quanti di noi ci troviamo a vivere nelle stesse condizioni, dovendo indossare una maschera, perché non sappiamo chi siamo, non vogliamo scoprirlo, oppure lo sappiamo e non vogliamo ammetterlo, non possiamo accettarlo...


Ecco quindi che il film di Korine diventa una rappresentazione, seppur pittoresca e grottesca, di quella che è una condizione esistenziale molto diffusa nella società attuale. Vien naturale quindi immedesimarsi con questi personaggi. Il film, perciò, sotto le sembianze di una romantica favola moderna, diventa qualcosa di ben più profondo...toccante, emozionante. Personalmente è riuscito a raggiungere alcune corde emotive che mi guardavo di tenere ben nascoste e protette dentro di me. Però qui ci si lascia andare, grazie alle melodie musicali sognanti, alle immagini colorate, alla trama semplice ma appassionante. Anche perché non ci è mai capitato di vedere la storia di un sosia di Michael Jackson che si innamora di una sosia di Marylin Monroe e decide di andare a vivere con lei in una comune, popolata da tantissimi altri sosia.

 Il film si sviluppa con leggerezza e così ci facciamo trascinare, ma pian piano ci sentiamo pungere sempre di più da quella malinconica di cui è pervasa la pellicola. Non è possibile, avendo una certa sensibilità, non farsi toccare da quella sequenza in cui vediamo il protagonista dipingere volti su delle uova per parlare con loro nei momenti di solitudine. Non è possibile restare impassibili di fronte a quel monologo che ho deciso di citare in apertura, oppure dinanzi a quello spettacolo teatrale fatto di fronte ad una platea quasi vuota, per non parlare di quello iniziale nell'ospizio in cui Michael e Marylin si incontrano... tutto così dolce da renderci vulnerabili, in modo da restare ad un certo punto, improvvisamente feriti, senza preavviso...

Detto questo, signori e signore, pensate pure ciò che vi pare...ma io continuo a sostenere che Harmony Korine è uno dei registi più talentuosi attualmente in circolazione. Non solo un regista controverso e fuori dall'ordinario, ma un ottimo regista!

E mi sorprendo che questo film, a giro sia piaciuto poco. Persino ai fan della prima ora di Korine. E' vero, è un film diverso da Gummo...manca tutta quella carica esplosiva, quella provocazione, quella spazzaturra gettata in faccia allo spettatore (come anche nel più recente Spring Breakers)...ma allo stesso tempo non mi sembra nemmeno così diverso. Anche perché sinceramente io in Gummo, in mezzo a quell'estetica dell'orrido e del riprovevole, avevo visto anche tanta delicatezza, tanta malinconia. Ecco, in questo Mister Lonely, Korine ha voluto dare spazio maggiormente a questi altri due ingredienti, delicatezza e malinconia, ma il risultato non è certo di poco valore.
Con questo non voglio dire che il film sia privo di difetti. Quelli ce ne sono, eccome se ci sono...come in primis quel cameo di Werner Herzog abbastanza gratuito e sconnesso da tutto il resto, ma posso perdonarglielo, di fronte ad una così bella storia di solitudini che si incontrano.

E poi...In fondo, quanti registi ti fanno vedere delle suore che si buttano da un aeroplano sopra una bicicletta? :-P 


Lonely, I'm Mr. Lonely,
I have nobody for my own.
I'm so lonely, I'm Mr. Lonely,
Wish I had someone to call on the phone.
I'm a soldier, a lonely soldier,
Away from home through no wish of my own.
That's why I'm lonely, I'm Mr. Lonely,
I wish that I could go back home.
Letters, never a letter,
I get no letters in the mail.
I've been forgotten, yeah, forgotten,
Oh how I wonder how is it I failed.
I'm a soldier, a lonely soldier,
Away from home through no wish of my own.
That's why I'm lonely, I'm Mr. Lonely,
I wish that I could go back home"

domenica 17 novembre 2013

"Il Giardino di cemento" (1993) di Andrew Birkin


Non so perché decisi a suo tempo di procurarmi questo film ed ancora meno so cosa mi abbia spinto a vederlo adesso, eppure dopo la visione mi sento assolutamente di consigliarlo, spendendoci sopra qualche parola. Vincitore dell'Orso d'argento a Berlino nel 1993, tratto dall'omonimo romanzo di Ian McEwan (che non ho letto, quindi non so bene giudicare la qualità del'adattamento), “Il giardino di cemento” è un film oggi quasi dimenticato. Eppure io penso che non me lo dimenticherò facilmente...

Film doloroso ed amorale eppure poetico ed intenso. Uno schiaffo alla morale comune, che forse nel 1993 faceva ancora più male di oggi, perché non eravamo ancora abituati a vedere un certo tipo di cose sullo schermo: incesto tra ragazzini, mamme morte tenute in cantina, bambini di sei anni che amano travestirsi da femmina... Sta di fatto che, con tutti i suoi limiti, che non sono pochi, “Il giardino di cemento” appare comunque, anche oggi, a distanza di vent'anni, una pellicola coraggiosa, raffinata, delicata, forse semplice nella forma, nella sua regia essenziale, ma non certo altrettanto semplice e delicata nei contenuti. Anzi!

Anche perché fin dall'inizio ci troviamo a fare i conti con la morte. E' infatti la storia di quattro fratelli, (il protagonista Jack, quindicenne, la sorella Julie di poco più grande di lui, la sorellina più piccola di 11 anni ed il fratello minore Tom di sette anni), i quali nel giro di poco tempo restano senza i genitori. Il padre muore probabilmente per un infarto mentre sta spargendo il cemento nel cortile, proprio nelle prime immagini del film, mentre Jack in preda alle irrefrenabili pulsioni sessuali tipiche di un adolescente si sta masturbando al gabinetto. La madre, invece, costretta a letto dalla malattia, muore nel sonno dopo pochi giorni. A quel punto, per paura di essere separati ed affidati ciascuno ai servizi sociali i quattro fratelli decidono di non comunicare alle autorità la morte della madre. Così, dopo averla avvolta in una coperta, la trascinano dentro un vecchio baule di metallo, in cantina, e la ricoprono di cemento. Una scelta insensata, assurda, oppure naturale? Un atto di coraggio oppure di paura? Qualunque cosa sia, un gesto che può apparire decisamente disturbante. Come tutte quelle scene in cui pressappoco scopriamo come Jack sia fortemente attratto dalla sorella che di certo, dal canto suo, non fa niente per sfuggire alle sue attenzioni ed anzi, con finta ingenuità, lo provoca. Eppure le scene tra i due, interpretati veramente bene da dei giovanissimi Andrew Robertson e Charlotte Gainsbourg, sono magnifiche, nella loro leggerezza. Ed è proprio la prova della Gainsbourg ad elevarsi per intensità. Il suo è un personaggio strano, indecifrabile, sempre ambiguo nel modo in cui si relaziona con il fratello, ma proprio in ciò sta il suo fascino. Per non parlare del più piccolo Tom che si sente una femmina e gioca ad interpretare la sorella Julie con tanto di gonna e parrucca gialla. Ma non c'è ricerca fine a se stessa della provocazione e mai si scende nel ridicolo, anche se il rischio è sempre in agguato...

Così il film diventa quasi un piccolo poetico inno alla libertà, un invito a svincolarsi dalle convenzioni sociali, da ogni forma di pregiudizio. Un elogio della “anormalità”. I fratelli prendono in mano la loro vita, gestendola come vogliono, senza più costrizioni. Sappiamo sin dall'inizio che quella libertà non durerà, è solo precaria, perché prima o poi verranno scoperti e separati tra loro, per questo per tutta la durata del film si prova un certo senso di amarezza che viene però offuscata da quella delicatezza, che è marchio distintivo e preponderante dell'opera.

Insomma, “Il giardino di cemento” è si un film che fa storcere il naso, distogliere lo sguardo, ma non si ha l'impressione che l'intento sia soltanto quello di provocare. Ci si riesce ad emozionare, forse commuovere. Come la scena in cui Jack ed il piccolo Tom, nudi nel lettino del bambino, si lasciano andare ai ricordi dell'infanzia, dei genitori, che ci appaiono sbiaditi, in toni di grigio...
E' vero: per tutta la durata del film, ci troviamo in mezzo alla desolazione, alla sporcizia, alla polvere, al puzzo del corpo della madre in putrefazione, ma allo stesso tempo, dopo un inizio che forse fa un po' troppa fatica ad ingranare, il film diviene coinvolgente e si raggiungono dei notevoli sprazzi di poesia, che credetemi, valgono il tempo dedicato alla visione. 

Voto: un 7.5, ma dal sapore particolare e difficilmente dimenticabile.


sabato 5 ottobre 2013

"Buffalo '66" di Vincent Gallo (1998)


"She brings the sunshine to a rainy afternoon...
She puts the sweetness in and stirs it with a spoon,
She watches for my moods and never brings me down..
She puts the sweetness in all around...
She knows just what to say to make me feel so good inside


and when I'm all alone I feel I don't want to hide..."



Come vi sarete resi conto sono un inguaribile romantico e tendo ad amare le storie d'amore impossibili, assurde, al limite del surreale, tra personaggi “border-line” che però riescono a conquistarti ed emozionarti grazie alla loro leggerezza. In più prediligo i film con una trama esile, intimisti... così come amo i film dalla regia non convenzionale, acerba, a tratti completamente “sbagliata” e soprattutto amo i film d'autore sinceri, dove emerge con tutti i suoi difetti, il pensiero del regista, il suo modo di intendere il cinema e la vita.
Ecco, “Buffalo '66”, lungometraggio di esordio di quel pazzo di Vincent Gallo, è tutto questo. Un film che parla di solitudine ed amore, sincero, originale, magari fatto più per se stesso che per il pubblico...si, autoreferenziale, ma in questo caso non me la sento di considerarlo un difetto. Gallo, attore, regista, sceneggiatore, musicista, pittore, ha deciso con questo film di mettersi a nudo, dare libero sfogo alla propria creatività ed ha creato un'opera così personale che non può non suscitare emozione. Il film che ne è uscito fuori è una pellicola profondamente malinconica, a tratti angosciante, eppure così dolce...

E' la storia di Billy Brown, un tipo fuori dagli schemi, un perdente, uno sconfitto dalla vita... che ha perso più di 10000 dollari, scommettendo sulla vittoria al superbowl della squadra di Buffalo, la città dove è cresciuto. Ed a causa di questa scommessa persa, è stato costretto per ripagare il debito, a confessare un crimine che non aveva commesso ed a passare quindi 5 anni della sua vita in carcere. Uscito di galera, così, ha un solo obiettivo: uccidere il giocatore responsabile dell'errore che aveva determinato la sconfitta di Buffalo. Prima di far questo, però, decide di rapire una giovane ballerina (Cristina Ricci) ed obbligarla a fingere di essere sua moglie di fronte ai suoi familiari. Segue quindi la lunga sequenza della cena in famiglia, in cui conosciamo i genitori di Billy, anch'essi due perdenti, una mamma tifosa sfegatata dei Buffalo Bills e un padre ex cantante nei night-club, che sembrano non avere un minimo interesse per il figlio....

La telecamera si sofferma sullo sguardo assente di Billy, sulla profonda tristezza che si legge nei suoi occhi. Capiamo che per lui, la prigionia non è mai finita, la vita stessa è il suo carcere. Si comporta in maniera violenta, urla, prova a fare il duro... ma noi spettatori non caschiamo nell'inganno, riusciamo a capire il suo mondo interiore, aiutati dai continui flashback che ci vengono mostrati in split-screen... E' un tipo che vorrebbe amare, ma ha paura del contatto fisico, di lasciarsi andare, per via della profonda mancanza di fiducia nei confronti dell'umanità che lo circonda.
E poi, soprattutto... c'è il bellissimo rapporto che si sviluppa tra lui e la giovane ragazza, che non esita ad amarlo senza chiedere niente in cambio. E' lei che "She puts the sweetness in all around".. 
Ed è veramente un personaggio fantastico questo qua interpretato da una favolosa Cristina Ricci. Goffa, lunatica, introversa, ma allo stesso tempo così tenera e sincera...
Talvolta la telecamera si sposta, le luci si abbassano ed un proiettore illumina i volti dei protagonisti. Ci sono balletti, canzoni, abbracci dolcissimi nei letti del motel.

Sin dal primo lungo piano-sequenza su Billy che esce di prigione e si trova completamente solo in mezzo alla desolazione del paesaggio innevato, fino ad arrivare all'eccezionale doppio finale, il film non smette mai di emozionarti. Ti fa sorridere, talvolta ridere, a volte arrabbiare, altre volte ancora commuovere... uno di quei film che ti va venire voglia di mandare in culo tutto il modo, ed allo stesso amarlo. Un film che ti fa sperare in mezzo alla merda del quotidiano e ti lascia con un bel sorriso stampato in faccia.

Il registro è variabile, si passa dalla commedia nera al noir, al comico, dal surrealismo al realismo...dal grottesco al sentimentale. Ritmo frenetico in alcuni frangenti, lentissimo in altri...La fotografia fredda e irreale, le immagini sporche, le musiche tristi, lo rendono quasi perfetto nella sua imperfezione. Un film che si ama o si odia, ma senza dubbio un piccolo gioiello del cinema indipendente, che merita sicuramente di essere recuperato. Una perla che nessun amante del cinema dovrebbe farsi sfuggire.


Voto 8, grande Vincent Gallo!

martedì 20 agosto 2013

"Toto le héros - Un eroe di fine millennio" di Jaco Van Dormael (1990)

"Cosa sei diventato in tutto questo tempo?
Non lo so. Forse quello che non ho mai voluto essere."

“Toto le Héros – Un eroe di fine millennio” è il primo straordinario lungometraggio del regista belga Jaco Van Dormael, l'autore del più recente “Mr Nobody”.
Si tratta anche in questo caso di un'opera estremamente particolare e stravagante, che sfugge ad ogni classificazione, caratterizzata da un'estrema freschezza, nella quale già si trovano tutte le cifre stilistiche e le tematiche che caratterizzeranno anche i due successivi film dell'autore.
Anche questa pellicola è caratterizzata da un intreccio complesso, visto che la narrazione fluttua tra i ricordi dell'anziano protagonista, con quella continua commistione tra realtà ed immaginazione, ma nonostante questo l'atmosfera risulta sempre di una leggerezza incredibile, quasi magica.

L'inizio è criptico: le prime sequenze infatti ci mostrano l'omicidio di un anziano signore ed il trasporto del corpo dentro un sacco bianco per eseguire l'autopsia. Poi compare la figura del singolare protagonista, Thomas, un altro vecchio alquanto bizzarro che vive in un ospedale psichiatrico, ossessionato dal desiderio di uccidere un certo Alfred che in seguito scopriamo essere il suo vicino di casa quando era bambino.
Il motivo di questo odio? Semplice: (si fa per dire) Thomas sin da piccolo ha vissuto con la convinzione di essere stato scambiato quando era ancora in culla, proprio con Alfred, a causa di un incendio nell'ospedale e di aver quindi vissuto nella famiglia sbagliata. Non si sa se questa idea derivi soltanto dall'invidia nei confronti di quello che era il bambino più ricco del paese, oppure sia dovuto ad altro. Thomas dice di ricordare esattamente l'incendio... sarà vero? sinceramente, alla fine, procedendo con la visione non ce ne interessiamo neppure...

La forza del film, infatti, sta nel modo in cui Van Dormael ci fa ripercorrere la vita del protagonista, in tre età diverse, l'infanzia, la maturità, la vecchiaia, anche stavolta andando avanti ed indietro nel tempo. Non si fa altro che seguire il flusso di coscienza del protagonista, trasportati da una colonna sonora azzeccata per ogni situazione. E la maestria del regista è tale da farci avvertire il Tempo, come in Mr Nobody, non come un entità pesante, ma leggera, quasi priva di consistenza. Con il tempo ci possiamo giocare e possiamo farci quel che ci pare grazie all'immaginazione.

E così anche qui il film scorre leggero fino al finale in cui scopriamo il responsabile e le motivazioni di quell'omicidio iniziale. Nel mezzo tra il prologo e l'epilogo, però, c'è un intera vita, un'immensità di emozioni.

La parte più splendida è quella dedicata all'Infanzia, come ci si dovrebbe aspettare da un tizio che prima di mettersi a fare il regista faceva il clown e l'animatore per bambini. Questa parte, che scorre veloce sulle note della canzoncina “Boum” che il padre intonava al pianoforte, è piena di allegria e malinconia allo stesso tempo, ci si commuove, ma al contempo si sorride e spesso si arriva anche a ridere. Vediamo la storia (la vita) con gli occhi di un bambino e ci sembra quasi una fiaba. Così ci emozioniamo tantissimo nelle scene che ritraggono lo splendido rapporto del protagonista Thomas (il nostro Toto, soprannominato dagli altri bambini “patata lessa”) da una parte con il fratello down di nome Celestino, dall'altra parte quello con l'estroversa ed enigmatica sorella Alice. Personaggio bizzarro al punto da andare a minacciare la statua della Madonna in chiesa con il pugno teso per far si che esaudisca i suoi desideri. Tra Thomas e Alice c'è un sentimento che non può che essere definito amore. Le scene tra loro due sono una più bella dell'altra e malgrado l'apparenza incestuosa, sono di tale tenerezza, da non farci mai avere il dubbio se fare o meno il tifo per loro.

Nella stagione della vita successiva, troviamo un Toto diventato adulto che però conserva ancora un animo da bambino, pieno di insicurezze. E così lo vediamo innamorarsi di una donna sposata di nome Evelyn, con la quale stringe un rapporto molto simile a quello avuto con la sorella, dove nuovamente si raggiungono vertici di poesia...

Quello che abbiamo di fronte altro non è che un uomo comune, uno che come tanti nella vita ha collezionato errori, ha detto le parole sbagliate al momento sbagliato, è salito su treni su cui non sarebbe mai dovuto salire. Ma è questo che lo rende così vicino a noi...

In ogni caso, non voglio svelare altro sulla trama... Fidatevi, è un film splendido, emozionante come pochi, con, per di più, una fotografia di bellezza cristallina ed una regia che denota un enorme talento ed una grande inventiva.


Specialmente se avete visto Mr. Nobody e come me lo avete adorato, non potete non amare anche questa piccola storia dell'eroe Toto... indubbiamente un altro gioiello da recuperare!


*curiosità: proprio come Mr Nobody Toto le héros richiese dieci anni di lavoro dal momento che Van Dormael riscrisse il copione almeno otto volte.


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